martedì 23 maggio 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA COPPA INTERNAZIONALE

Era ormai arrivato tempo di Europa anche per il calcio degli anni'20 che, come altri sport, aveva assunto piena consapevolezza della propria presa sul pubblico e aveva iniziato a sentire l'esigenza di strutturare in maniera più salda quella vocazione internazionale che già dai primi anni dei pionieri lo aveva contraddistinto. In altre parole, erano ormai maturi i tempi per organizzare una manifestazione europea che mettesse di fronte le migliori espressioni del calcio continentale. Chi concepì e realizzò questa idea fu il famoso allenatore austriaco, nonché una delle menti calcistiche più brillanti dell'epoca, Hugo Meisl che negli anni'20 fu tra gli ideatori ed organizzatori di due manifestazioni continentali, una dedicata alle squadre di club e una per le Nazionali. Così lo ricorda Vittorio Pozzo: “Uomo di levatura superiore, era in grado di giudicare e spesso di prevedere tutto quello che attorno a lui avveniva. Non si occupava puramente di tecnica, come facevo io, Meisl: curava anche la parte politica del calcio, ed era un po' il 'factotum' della sua Federazione, per gli affari interni e soprattutto per quelli internazionali.”
Le due competizioni di cui si dirà sono la Coppa Internazionale riservata alle rappresentative nazionali e la Coppa dell'Europa Centrale disputata tra squadre di club, da noi più nota come Coppa Mitropa, della quale parleremo la prossima volta.
La Stampa nell'edizione del 28 ottobre 1926 così riportava la notizia della Conferenza tenutasi a Praga il giorno prima:
Si sono oggi riuniti i rappresentanti delle Federazioni di calcio italiana, ceco-slovacca, austriaca ed ungherese per discutere sulla creazione di una competizione internazionale di foot-ball. L'Italia era rappresentata, come è noto, dal Cav. Uff. Ferretti e dal sig. Zanetti. Su proposta dei rappresentanti italiani è stato deciso di creare due competizioni: la prima sotto il nome di Coppa d'Europa per le squadre nazionali rappresentative e la seconda sotto il nome di Coppa dell'Europa Centrale per le squadre delle società che sono campioni o finaliste dei differenti campionati. Per questa ultima competizione, ciascun paese designerebbe due squadre. La partecipazione dell'Italia alla Coppa d'Europa è già stata assicurata.”
Furono dunque quattro le federazioni calcistiche che diedero vita alla competizione: Austria, Cecoslovacchia, Italia ed Ungheria, probabilmente il meglio del calcio europeo dell'epoca, fatta eccezione per i maestri inglesi, schivi come sempre. A queste quattro nazionali si aggiunse la Svizzera e nel 1927 poteva iniziare la prima edizione del torneo, torneo basato su un girone all'italiana con partite di andata e ritorno (una in casa e una in trasferta) e classifica finale. Evidentemente mancando un ente sovranazionale che garantisse l'organizzazione del torneo, il tutto era lasciato alle libere determinazioni delle singole Federazioni e le partite venivano disputate in date e luoghi decisi in base alle esigenze e disponibilità dei singoli enti nazionali.
La Coppa in palio, tutta in cristallo, del valore di 20.000 corone cecoslovacche venne offerta dal Primo Ministro cecoslovacco Antonin Svehla, da qui il nome con cui è anche conosciuta la Coppa, Svehla Pokal.
A Praga il 18 settembre 1927, davanti ad oltre 30.000 persone iniziava la prima edizione della Coppa Internazionale con la vittoria della Cecoslovacchia per 2-0 contro l'Austria; quest'ultima, una settimana dopo, veniva sconfitta anche dall'Ungheria a Budapest per 5-3. L'Italia faceva il suo esordio nella competizione il 23 ottobre, sul temibile campo di Praga:
I calciatori azzurri sono giunti a Praga per il loro primo match internazionale dell'annata. Negli ambienti calcistici di qui (Praga, ndr), quantunque si apprezzi molto la nostra “nazionale”. Si ha la certezza in una vittoria della squadra cecoslovacca. (...) L'incontro che attende domani i nostri “azzurri” è certamente duro e difficile. Battuti dal pronostico, si troveranno di fronte ad una squadra che va famosa per il bellissimo giuoco di assieme di alto rendimento. È questa la gran forza della compagine cecoslovacca.”
Per il quotidiano La Stampa l'incontro venne seguito da Vittorio Pozzo che così racconta la partita:
Il tempo non ha favorito l'incontro tra le nazionali dell'Italia e della Cecoslovacchia. Una pioggia fine e leggera cade fin dalle prime ore del mattino, ciò che non impedisce però che già un'ora prima dell'inizio del match il campo dello Sparta sia stipato. Si calcola che quindici mila persone siano presenti. Il campo è in condizioni disastrose, ridotto ad un vero pantano.
(…) La partita ebbe una storia ben strana. Nervosa, rotta, disputata ora con torpore ora con velocità; a tratti anche violenta, interessante sempre.”
Alla fine Pozzo fa un'analisi della partita:
La difesa italiana fu pienamente all'altezza della situazione, con Calligaris in primo piano. La linea mediana, eccellente nel lavoro difensivo, all'attacco non funzionò invece che a tratti. Baloncieri e Cevenini erano in cattive condizioni, malgrado questo, però, il nostro attacco dimostrò maggior decisione che non quello avversario.
La squadra boema, non ha lasciato quell'impressione di potenza e valore tecnico che ebbimo occasione di notare altre volte. (…) Partita piena di contraddizioni: le due squadre ed i loro migliori elementi ebbero alti e bassi impressionanti, se facciamo eccezione per la difesa italiana, Kada e Kolenaty”
Al termine del torneo fu proprio l'Italia – che nel frattempo era passata sotto la guida tecnica dello stesso Vittorio Pozzo – a risultare vincitrice, soprattutto grazie al primo storico successo ottenuto contro l'Ungheria del 25 marzo 1928, quando a Roma la nazionale italiana riuscì a rimontare i magiari da 0-2 e vincere per 4-3
La classifica finale fu la seguente:
11 ITALIA
10 AUSTRIA
10 CECOSLOVACCHIA
9 UNGHERIA
0 SVIZZERA
Nel biennio 1931-32 la Coppa venne vinta dall'Austria (Italia seconda), mentre la terza edizione, quella giocata tra il 1933 ed il 1935 venne vinta ancora dall'Italia, seguita da Austria ed Ungheria. L'edizione programmata per il 1936-38 non venne invece assegnata poiché venne sospesa dopo l'annessione dell'Austria alla Germania del 12 marzo 1938: ormai le ombre del conflitto bellico si stavano allungando sull'Europa e la Coppa finì in soffitta. Si ritornò a pensare alla Coppa Internazionale a guerra conclusa, in un nuovo clima, in una nuova Europa. Fu un'edizione lunga, durò ben 5 anni e vide la vittoria dell'Ungheria, quell'Ungheria che si apprestava a diventare la famosa squadra d'oro, l'Aranycsapat di Puskas, Hidegkuti, Kocsis; l'Italia, travolta dall'immane tragedia di Superga, arrivò penultima. Così come si piazzò ancora al penultimo posto anche nell'edizione successiva, quella del 1955-60 che sarebbe stata l'ultima edizione della Coppa, che venne vinta dalla Cecoslovacchia e registrò la partecipazione della Jugoslavia. Conclusa l'edizione numero 6 – la prima organizzata dalla neonata U.E.F.A. - la coppa venne definitivamente archiviata: ormai i tempi erano maturi per un vero campionato europeo.




mercoledì 17 maggio 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA COPPA ITALIA (1922)

Come abbiamo già avuto modo di raccontare, i primi anni'20 del calcio italiano furono molto burrascosi ma videro anche la nascita di una nuova competizione, la Coppa Italia che nel 1922 venne vinta dal Vado Ligure. 
L'esperimento venne messo in pratica per aumentare l'offerta di calcio da parte della F.I.G.C. nell'anno dello “scisma” dei grandi squadroni: il suo campionato, infatti, vinto dalla Novese, proprio per la modesta caratura tecnica delle partecipanti non ebbe successo e quindi la Federazione tentò la carta della Coppa. Alla nuova competizione si iscrissero più di 35 squadre, tutte appartenenti alle categorie “minori”; il regolamento prevedeva incontri di sola andata a sorteggio sul modello della F.A. Cup inglese e iscrizione gratuita alla competizione purché la società fosse proprietaria del campo di gioco. Si giocò dal 2 aprile al 16 luglio del 1922, nel più assoluto disinteresse del grande pubblico poiché la mancanza delle squadre più forti e più famose tenne lontano dai campi gli spettatori. Comunque si giocò e dopo i primi turni eliminatori si arrivò a disputare le semifinali il 25 giugno:
Vado – Libertas Firenze = 1-0 t.s.
Udinese – Lucchese = 4-3 t.s.
Il risultato di questa seconda semifinale non venne però omologato a causa di un errore tecnico circa il punto di battuta di un calcio di rigore e quindi venne rigiocata il 9 luglio:
Udinese – Lucchese = 1-0
Si arrivò quindi alla finale, in programma a Vado Ligure in gara secca per il 16 luglio, giocata tra Vado e Udinese davanti ad un – finalmente – folto pubblico.
«Il calcio italiano non ha nulla da invidiare al confratello inglese. Una squadra di promozione infatti si trova ad essere finalista nella Coppa Italia» Così presentava la finale La Gazzetta dello Sport.
Le cronache, scarse, riportano di una partita tesa, dove il Vado riuscì a contrastare le folate dell'Udinese sino al termine dei tempi regolamentari. Si iniziarono dunque i supplementari e lì balzò agli onori della cronaca – e della storia – il nome dell'allora diciassettenne Felice Levratto che al 118° minuto riuscì a segnare il goal decisivo per la vittoria del Vado, e già che c'era con quel tiro fulminante pare abbia sfondato letteralmente la rete, come poi gli accadrà altre volte nel corso di quella che sarebbe stata una grande carriera.
A proposito di Felice Levratto, pare bello riportare qua uno stralcio tratto dai Ricordi di Vittorio Pozzo relativo alla partita Italia – Lussemburgo, Olimpiadi di Parigi del 1924:
Un ricordo di questo incontro: un mezzo omicidio involontario di Levratto. Una formidabile legnata sua, nel secondo tempo, colpisce in pieno Bausch. Crolla, il nostro uomo, come colpito dalla mazzata di un pugilatore: ha perduto i sensi, sanguina dalla bocca. Tutti attorno: paura di chi sa che cosa. Finalmente ritorna in sé. E' la lingua che, presa fra i denti al momento della botta, s'è tagliata. Rinviene, si fa medicare e chiede a me chi è stato l'autore di quel tiro inumano, dice lui. Glielo indico. Passa qualche minuto. Ecco che per azione simile all'altra, Levratto ricompare solo davanti alla porta ed alza la gamba come lo spaccalegna alza il braccio. Il portiere, come lo vede, con un balzo felino pianta rete, pali, porta e fugge in tuffo fuori porta. L'istinto della conservazione. Parare è bene, ma lasciarci la pelle o farsi guastare i connotati, no, eh! Non è più sport. Nella omerica risata che segue il gesto disperato del portiere, Levratto manca il punto a porta vuota.”
Il Vado, il piccolo Vado Ligure vinse così la prima Coppa Italia, un trofeo in argento di oltre 8 chili di peso che alcuni anni dopo – siamo nel 1935 e la Patria reclama oro e argento – venne donata al Partito Fascista e fusa. Soltanto nel 1992 la Federazione donerà una copia del trofeo alla società ligure.
Detta però come va detta, l'esperimento – al netto del romanticismo pionieristico – fu un totale fallimento e non venne ripetuto sino al 1935/36, se si eccettua il tentativo del 1926/27, quando vennero disputati i primi turni di una rinnovata – ed ingigantita – Coppa Italia: si iniziò a giocare l'11 novembre 1926 ma la competizione venne interrotta nella tarda primavera dell'anno dopo e mai più ripresa poiché non vi era più spazio, nel fitto calendario federale, per giocare gli incontri della Coppa.

 

lunedì 8 maggio 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA FINALE “INFINITA” (1924/25)

Abbiamo già avuto modo di dire che dal 1922/23 il campionato italiano di calcio venne strutturato in due Leghe distinte, con una vincente del nord e una vincente del sud che si incontravano nella vera e propria finale nazionale in gare di andata e ritorno. Nella stagione 1924/25 la finale di Lega Nord tra Genoa e Bologna passò alla storia in quanto furono necessari ben cinque incontri per determinarne la vincitrice. Il Genoa, campiona in carica, puntava dritto dritto al 10° titolo, mentre il Bologna sognava il suo primo scudetto. Oddio, “primo scudetto” sarebbe stato anche in caso di vittoria genoana in quanto è proprio da quell'anno che viene deciso che la squadra campione potrà cucire sulle proprie maglie uno scudo tricolore.
La finale di andata era stata giocata a Bologna, sul campo dello Sterlino il 24 maggio del 1925 e la vittoria per 2-1 degli ospiti era sembrata il preludio alla vittoria finale, senonché una settimana dopo, a campi invertiti, il Bologna, nei minuti finali aveva agguantato con Della Valle il 2-1 portando in tal modo la finale in perfetta parità.
Si rende dunque necessario uno spareggio e viene prescelto il campo del Milan, quello di viale Lombardia. Il 7 giugno ben 12.000 spettatori si presentano al campo, ma le tribune non sono in grado di accoglierli tutti e in molti si assiepano ai bordi del terreno di gioco.
L'arbitro – Mauro – decide di far disputare comunque l'incontro e perciò si inizia. E si comincia alla grande, almeno per il Genoa che chiude il primo tempo in vantaggio 2-0. Tutto deciso? Non proprio, perchè c'è da giocare ancora il secondo tempo ed è lì che se ne vedono delle belle – o per meglio dire delle brutte.
Tutta la vicenda ruota attorno al 61° minuto, dopo circa un quarto d'ora della ripresa. C'è un attacco del Bologna, Muzzioli scatta, porta avanti la palla, tira e...e? Ecco, a questo punto le cose si complicano perchè per alcuni il pallone finisce in rete, per altri invece viene deviato in calcio d'angolo dal portiere. A chi credere? So cosa state pensando: l'arbitro cosa ha deciso? Bè, l'arbitro concede il corner, scatenando le ire del pubblico che invade il terreno di gioco circondandolo minacciosamente. Dopo ben 13 minuti di discussioni e proteste, in assenza di sicure vie di fuga, il buon Mauro cambia idea e concede la rete. 2-1 e palla al centro. Va bene, ma in definitiva il pallone era entrato oppure no? In assenza di moviole ante litteram dovremo accontentarci di ciò che dicono le fonti. Per il Corriere dello Sport (che è di Bologna...) la rete è perfettamente regolare, per i giornali genovesi, al contrario, il portiere dei liguri avrebbe compiuto una meravigliosa parata. La Stampa di Torino, invece, fa una ricostruzione ancora diversa, introducendo un ulteriore elemento come si legge nel numero del 8 giugno:
(...) A nostro giudizio il goal non poteva essere concesso. (…) allorquando Muzzioli per scavalcare Bellini spinse avanti a sé il pallone questo andò ad urtare nelle gambe degli spettatori che erano seduti proprio sul limitare del campo. Naturalmente il pallone non andò fuori di gioco – come avrebbe fatto se il campo fosse stato sgombro – e Muzzioli raccogliendo la palla, segnava”
Dicevamo, 2-1 e palla al centro, ma qua, stando ad alcune fonti, accade un altro fatto decisivo. Se continuiamo a leggere la stampa dell'epoca vicina agli ambienti bolognesi, apprendiamo che la partita riprese, il Bologna segnò il 2-2 e si attese la disputa dei tempi supplementari. Se però leggiamo la ricostruzione che fa il Ghirelli, questi fa menzione di un colloquio che l'arbitro ebbe con il capitano del Genoa, De Vecchi: in poche parole, l'arbitro avrebbe avvertito il giocatore che per lui l'incontro era finito sul 2-1 ma che lo avrebbe portato a termine solo per “motivi di ordine pubblico”. Al triplice fischio, dunque, il Genoa è sicuro di aver vinto il titolo, mentre il Bologna si ripresenta sul terreno di gioco per i tempi supplementari. E aspetta.
Aspetta il Genoa che invece non si presenta.
A seguito dei ricorsi presentati da entrambe le società, la Lega Nord decise di considerare nullo l'incontro in quanto giocato in condizioni non regolamentari e venne pertanto deciso di giocare un altro spareggio il 5 luglio sul campo di Corso Vinzaglio, a Torino. Anche quell'incontro terminò in pareggio (2-2 dopo tempi supplementari), ma non fu tanto il risultato a destare scalpore quanto quello che accadde dopo, alla stazione, quando vennero addirittura sparati alcuni colpi di rivoltella tra i tifosi delle due squadre. Quelli che seguirono furono giorni convulsi, duranti i quali le due squadre – con comunicati ufficiali e mediante le rispettive “fazioni” giornalistiche – si indirizzarono accuse reciproche sempre più pesanti. 
La soluzione arriva a fine luglio, più precisamente il 26 luglio, durante l'assemblea della Lega Nord, quando viene deciso di giocare il nuovo spareggio in data 9 agosto: ovviamente non viene detto il dove, per evitare che le rispettive fazioni abbiano modo di organizzare la trasferta.
Il 7 agosto la stampa diede la notizia: si sarebbe giocato a Torino, alle 7 del mattino:
(...) l'incontro, arbitrato da Achille Gama, avrà luogo sul campo della Juventus, a porte chiuse, alle ore 7 del mattino, allo scopo di evitare un eccessivo assembramento di appassionati e di supporters delle due squadre in lotta”
Ma non si giocò a Torino. Nella tarda serata dello stesso giorno le due società vennero avvertite in gran segreto di recarsi a Milano per giocare la partita; non venne comunicato il campo, anzi, venne fatto un fenomenale lavoro di depistaggio se è vero come è vero che molti tifosi all'alba del 9 agosto si recarono alcuni al campo del Milan, altri al campo dell'Internazionale, rimanendo delusi. Si giocò, invece, su un campo periferico, quello della Forza e Coraggio:
(...) Il campo della Forza e Coraggio era guardato a vista da carabinieri in tutti i suoi accessi; dei lancieri a cavallo facevano, durante tutta la partita, delle evoluzioni intorno al recinto. Inesorabili cerberi respingevano all'ingresso tutti coloro che non avevano il diritto di presenziare l'avvenimento, cosicché in breve alcune case dei dintorni si popolarono ben presto nelle finestre e persino sui tetti di gruppi di appassionati: il custode di una casa in costruzione riuscì a trarre benefici facendo pagare due lire a tutti coloro che volevano approfittarne.
Alle 7 erano già giunti i genovesi: dopo pochi minuti arrivarono i bolognesi, gli uni e gli altri in automobili e già in costume.”
La sfida, ripresa da due macchine cinematografiche, terminò finalmente con un vincitore: il Bologna ebbe la meglio (2-0) e poté quindi andare a giocarsi la finalissima contro l'Alba di Roma e laurearsi, per la prima volta nella sua storia, campione d'Italia.

 

venerdì 28 aprile 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: DILETTANTI O PROFESSIONISTI?

IL “CASO ROSETTA” 

Nel 1920, finita la guerra e ripreso il campionato, il problema del “professionismo mascherato” si ripresentò, più attuale che mai con i casi dei vercellesi Barberis e Parodi: è ancora il Guerin Sportivo a soffiare sul fuoco con la pubblicazione nel novembre del 1920 della testimonianza del calciatore Degara, passato al Novara dalla Pro Vercelli senza il nulla-osta di quest'ultima. In buona sostanza il Degara dichiarò che il presidente della Pro Vercelli avrebbe promesso di acquistargli una camera nuziale come già aveva fatto con un altro giocatore, Giuseppe Parodi. La Pro Vercelli ammise il fatto, cioè che “a Parodi in occasione del suo matrimonio abbiamo regalato una camera nuziale,non troppo bella in verità, ma decorosa, e tale che dicesse all'ottimo amico la riconoscenza del club”. Peccato però che Parodi ebbe il “regalo” quando ancora era un giocatore del Casale, poco tempo prima di “trasferirsi” – guarda la combinazione – proprio a Vercelli.
Passano pochi anni e altro veleno viene versato nel mondo del calcio italiano che intanto si lega sempre più al mondo industriale.
Nel 1923 fecero scalpore i casi dei due giocatori della Pro Vercelli Gustavo Gay e Virginio Rosetta. Erano, quelli, anni di dilettantismo di mera facciata, tutti o quasi tutti i calciatori per giocare percepivano denaro o “benefit” e alcune società storiche di provincia iniziavano a faticare a far fronte a tali richieste. Una di queste era la Pro Vercelli che nel 1923 invitò neanche troppo velatamente i giocatori che non volevano giocare gratuitamente ad andarsene. Gay e Rosetta inviarono una lettera di dimissioni che venne formalmente accettata il 4 settembre. Tutto tranquillo? Manco per idea perché mentre Rosetta rimane fermo, Gay – forte già di un accordo con il Milan – chiede e ottiene di essere inserito nella lista di trasferimento, anche se servirebbe l'attestazione della residenza a Milano. Il comune di Vercelli certifica che il Gay risiede in detto comune, ma la Lega Nord – presieduta dal milanese Baruffini – per aggirare l'ostacolo si avvale di un certificato di una ditta, la Richard Ginori, che dichiara che già da due anni il Gay risulta alle proprie dipendenze. Parallelamente si sparge la voce per la quale la Juventus avrebbe presentato una ricca offerta a Rosetta, anche se per ufficializzare il tutto starebbe attendendo che la Lega dia il benestare al trasferimento di Gay. Il 24 ottobre 1923 tale benestare viene ufficializzato provocando le furibonde reazioni dei tifosi della Pro Vercelli. Non solo: anche le vibranti proteste del presidente federale – nonché presidente della Pro – Bozino, che alla fine si dimette dalla carica di presidente della F.I.G.C.
A quel punto Rosetta chiede di essere inserito nella lista di trasferimento ma la Lega – differentemente da quanto fatto con Gay – rimanda la decisione; per ritorsione Rosetta spiega ricorso al Consiglio Federale il quale, il 24 novembre, gli dà ragione. La confusione ora è totale: a quel punto la diatriba è tra enti ufficiali, tra la Lega e la Federazione. La Juventus inizia a schierare Rosetta nelle successive partite e la Lega dichiara tali partite perse a tavolino provocando così il ricorso della soceità bianconera al Consiglio Federale che le dà ancora ragione. A quel punto anche il presidente della Lega, dopo aver rassegnato le proprie dimissioni, respinte dal Consiglio di Lega, indice un'assemblea straordinaria per il 6 gennaio, ma la Federazione gioca d'anticipo e il 30 dicembre dichiara decaduto tutto il consiglio direttivo della Lega, nomina Giovanni Mauro commissario straordinario, annulla la convocazione del 6 gennaio e convoca un'assemblea plenaria per il 9 febbraio. A questo punto interviene il C.O.N.I che delibera di invitare la Presidenza Federale a “considerare il Consiglio della Lega Nord legalmente in carica fino al giorno della suddetta Assemblea e il Consiglio della Lega Nord e i Comitati Regionali dipendenti a rimanere disciplinati al loro posto”
A Torino, il 9 febbraio, il Consiglio Federale viene sfiduciato ed è costretto a rassegnare le dimissioni e al suo posto viene nominato un Direttorio composto da sette membri con il compito di governare la Federazione sino alla prossima Assemblea straordinaria, fissata per il 28 e 29 giugno. E' il Direttorio a dirimere definitivamente la controversia sul “caso Rosetta”. Il quotidiano La Stampa nel numero del 18 febbraio così riporta la notizia:
(...) In conformità del deliberato dell'assemblea il direttorio considera come non emessa la tessera a favore del giuocatore Rosetta. Detto giuocatore viene quindi assegnato alla Pro Vercelli finchè questa non lo metterà in regolare lista di trasferimento, detto giuocatore non potrà partecipare per l'anno in corso a gare di campionato”.
Ormai la vicenda stava arrivando al suo epilogo. Venivano confermate le sconfitte a tavolino per la Juventus della prime tre partite giocate con Rosetta in campo, mentre le altre venivano comunque omologate; Rosetta e Gay non avrebbero più giocato per l'intero campionato.
Ovviamente siamo in Italia e il finale non può che essere una farsa. Il Direttorio, nella stessa riunione, nomina Vittorio Pozzo commissario unico della nazionale che parteciperà alle prossime Olimpiadi e Pozzo vuole a tutti i costi Rosetta a disposizione, senonché il giocatore, non certo felice per come sono andate le cose, oppone un fermo rifiuto alla convocazione. In questo è spalleggiato dal suo datore di lavoro che, ça va san dir, è un consigliere della Juventus che gli nega il permesso. A questo punto – tenendo ben presente che il Direttorio ha appena statuito che Rosetta è ancora della Pro Vercelli – il C.O.N.I chiede formalmente alla Juventus di “adoperarsi per ottenere il necessario benestare per Rosetta da parte della ditta per la quale lavora”. Insomma, la Juventus deve mettere a disposizione della nazionale un giocatore... di un'altra squadra!
Comunque fossero andate le cose, erano ormai maturi i tempi per una serie riflessione sullo status dei calciatori: la metropoli assorbiva un numero sempre maggiore di giovani talenti alla provincia provocando, di riflesso, il declino di questa. La stessa F.I.F.A, pur continuando a proclamare il principio del dilettantismo, lasciava ampio margine alle singole federazioni di regolamentare lo status dei propri calciatori, prevedendo la possibilità di compensare i giocatori per il mancato guadagno causato dall'attività calcistica. Nel frattempo, nell'estate del 1924 in Italia veniva abolito il vincolo di residenza: sembra niente, ma è un'apertura decisiva al professionismo.


 

mercoledì 19 aprile 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: DILETTANTI O PROFESSIONISTI?

Sin dai primi anni di vita del calcio ci si interrogò sullo “status” del calciatore: votato al puro dilettantismo o professionista? Ancora nel 1909 il primo vero regolamento organico del gioco del calcio emanato dalla Federazione statuiva, senza ombra di dubbio che “i giuocatori iscritti alla Federazione devono essere dilettanti.”
Se quindi l'impostazione federale era chiara e univoca, le società più facoltose tentarono sin da subito di accaparrarsi i servizi dei giocatori migliori pagandoli o offrendo loro un posto di lavoro poiché non era consentito ad un calciatore giocare per una squadra che non fosse della città di residenza. Negli anni dei pionieri, il Genoa fu spesso al centro di “casi” eclatanti, come quello del gennaio 1911 quando venne multato di 500 lire per aver stipendiato nel campionato precedente l'inglese Swift. Non solo. Ancora il Genoa fu al centro di un altro scandalo nel 1913, quando scoppiò il caso dei giocatori Sardi, Fresia (già al centro di altri casi di professionismo negli anni precedenti) e Santamaria e venne ancora più pesantemente multato dalla Federazione per “recidiva in atti di professionismo”.
Erano anni di grande evoluzione per il calcio italiano, c'erano squadre – Pro Vercelli su tutte – che dettavano legge sul campo da gioco e altre – le più ricche, Genoa in primis – che tentavano in ogni maniera di arginare lo strapotere dei piemontesi. Anche sfruttando le indubbie capacità economiche di cui disponevano agendo là dove i regolamenti apparivano più lacunosi. Molti anni prima del calciomercato, dunque, alcune società presero l'abitudine di “trasferire” giocatori per motivi di studio o di lavoro: il cittadino per andare a lavorare si trasferiva a Genova e – guarda caso – trovava una casacca del Genoa pronta da indossare. Come spesso accade – oggi come allora – ci si fa prendere la mano con facilità e in quel 1913 ben tre giocatori dell'Andrea Doria stavano per passare al Genoa: difficile giustificare la migrazione legandola a motivi di studio o di lavoro, essendo le due società entrambe della stessa città!
Il problema fu che si venne a sapere e subito il Corriere della Sera e il Guerin Sportivo cavalcarono la polemica e l'indignazione degli sportivi:
Che il professionismo larvato si fosse da vari anni insinuato tra le file, che dovrebbero conservarsi dilettanti, dei footballers italiani, era ben noto (…). La rivalità tra i vari clubs, spinta a volte all’eccesso, aveva a poco a poco creato il professionismo. Alcuni giuocatori, fra quelli che venivano in Italia dall’estero, erano stipendiati dalle società che volevano con essi rinforzare la propria squadra; altri giuocatori italiani, di valore, erano facilmente corrompibili (…). L’attuale Federazione ha già dimostrato di volere epurare l’ambiente dei falsi dilettanti.”
Il Genoa venne colto sul fatto e durante l'assemblea federale straordinaria del 13 luglio il genoano Pasteur dovette ammettere che il proprio club aveva pagato Sardi e Santamaria per giocare con i colori rossoblu. L'assemblea votò quindi il seguente ordine del giorno:
(…) udite le esaurienti spiegazioni date dalla Presidenza federale e dalla Commissione d’indagine, plaude all’operato di entrambe e approva incondizionatamente le deliberazioni prese dalla Presidenza federale a carico del Genoa Club e dei giuocatori Fresia, Sardi e Santamaria, invitando la Presidenza stessa a proseguire nell’opera di epurazione intrapresa per sradicare il professionismo, ovunque imperi. (…)”
Il dibattito era vivace. C'era chi guardava a De Coubertin e c'era chi guardava all'Inghilterra, patria del professionismo “pallonaro” già dal 1885. Poi, all'improvviso, tutti dovettero guardare l'orrore della guerra e di professionismo non se ne parlò più.


giovedì 6 aprile 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA “GUERRA DI SECESSIONE” NEL CALCIO ITALIANO

3. LA “GUERRA DI SECESSIONE” NEL CALCIO ITALIANO: TRATTATIVE DI PACE

Abbiamo quindi visto che la nuova stagione, quella del 1921-22, partì con due campionati nazionali paralleli e distinti. Nel mentre la stagione procedeva, le due federazioni tentarono reciproci approcci per vedere di trovare un'intesa.
Nel gennaio '22 i delegati delle due federazioni si trovarono a Brusnengo e lì pervennero ad un accordo sulla base di un campionato a 50 squadre. Come è facile intuire, era compromesso di non facile accettazione da parte della C.C.I. che infatti non accolse, a differenza del Consiglio Federale che invece lo approvò il 14 gennaio chiedendone la ratifica all'Assemblea. Le grandi squadre del nord confederali, dal canto loro, tentarono in ogni modo di sconfessare i loro stessi delegati, ma questi riuscirono a farsi riconfermare il mandato, con nuovi e più stringenti obiettivi. Leggiamo direttamente dall' Annuario Italiano Giuoco del Calcio del 1929:
Affermati il desiderio che ad un accordo si abbia a giungere, si approva l'opera sin qui svolta dai Commissari Confederali, ma si esprime il parere che non tutti i punti del progetto d'accordo siano accoglibili e che di conseguenza i Commissari abbiano a riabboccarsi con i Delegati della F.I.G.C. allo scopo di concordare con essi le modificazioni opportune.”
Si arrivò così al 19 febbraio 1922, con le assemblee dei due enti. Mentre a Modena l'Assemblea Confederale bocciava il progetto con 54 voti contro, 25 a favore e 4 astenuti a Torino l'Assemblea Federale approvava all'unanimità.
Visto così pareva non poterci essere dialogo tra le parti, ma le trattative comunque proseguivano e il 16 aprile si tenne un convegno al quale parteciparono i dirigenti di entrambe le parti allo scopo di studiare il modo migliore per arrivare ad una sintesi e quindi ad una pacificazione.
Le diplomazie erano al lavoro.
F.I.G.C. e C.C.I. formarono due Commissioni, una per ogni ente, composte da tre membri e da tre consulenti tecnici con la facoltà di nominare un arbitro al quale rimettere la decisione su quanto eventualmente fosse rimasto controverso. E fu così, grazie a questo instancabile lavoro diplomatico, che il 26 giugno 1922 “scoppiò” la pace: venne infatti decisa la formula del campionato 1922/23 che sarebbe stato giocato in 3 gironi da 12 squadre ciascuno, delle quali 25 appartenenti alla C.C.I. e 11 alla F.I.G.C. Il calcio italiano ritornava unito, anche se rimaneva ancora la distinzione tra Lega Sud e Lega Nord: per avere un'unione anche “geografica” oltreché politica occorrerà attendere il campionato 1926/27, quando il campionato verrà disputato in due gironi misti.

martedì 28 marzo 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA “GUERRA DI SECESSIONE” NEL CALCIO ITALIANO

2. LA “GUERRA DI SECESSIONE” NEL CALCIO ITALIANO: DEFLAGRAZIONE

In vista della nuova assemblea le società maggiori affidarono l'onere di preparare un progetto di riforma del campionato a Vittorio Pozzo. Giornalista tra i più acclamati, grande conoscitore di calcio europeo, già commissario unico della nazionale ai giochi olimpici del '12 e futuro commissario unico della nazionale italiana campiona di tutto negli anni '30. Si giunse così all'assemblea del luglio 1921 con l'intenzione ufficiale di scongiurare la scissione, anche se – allo stato delle cose – si presentava invece come inevitabile. Il progetto Pozzo, che prevedeva un torneo a 24 squadre diviso in due gironi con finale tra le vincitrici dei rispettivi gironi, nell'assemblea tenutasi tra il 23 e il 24 luglio con 113 voti contrari e 65 favorevoli venne respinto. Perchè se era vero che tutti condividevano la parte del progetto che assicurava la speditezza della competizione, il dissenso – insanabile per come si erano messe le cose – nasceva attorno ai criteri di ammissione, rivoluzionari per l'epoca, che sembravano favorire i grandi club, criteri che prevedevano il valore tecnico del momento, l'anzianità e la saldezza finanziaria. Insomma, un bel salto nel futuro.
Come effetto immediato della bocciatura del progetto Pozzo, i rappresentanti delle maggiori società lasciarono l'assemblea e si unirono in una Confederazione Calcistica Italiana (C.C.I.), gettando le basi per la disputa di un altro campionato concorrente a quello tradizionale: come dice Cerretti, lo scisma era così pienamente attuato.
Il quotidiano La Stampa così nel numero del 26 luglio chiosava la lunga cronaca di quella drammatica due giorni:
Ora la parola di pace, al di sopra di tutte le sterili ed incresciose questioni politico-finanziarie alimentate dai dirigenti con un unanimità impeccabile, forse la parola di pace potrà venire dagli uomini di sport dell'una e dell'altra parte, dai giocatori che sono al di sopra di ogni competizione...di gabinetto ed ai quali soltanto dobbiamo riconoscere il merito altissimo di aver imposto all'attenzione d'Europa il nostro sistema di gioco.”

Dunque durante la stagione 1921/22 si giocarono due campionati paralleli, anche se solo la F.I.G.C. era legittimata, secondo lo statuto internazionale, ad organizzare quello – diciamo così – ufficiale, poiché la F.I.F.A. riconosceva una sola federazione per ogni affiliata. Da una parte si disputò il campionato della F.I.G.C., giocato da 46 squadre – quasi tutte espressione di piccoli centri del Piemonte e della Toscana – che per la modestia tecnica di tali squadre non ebbe il successo di pubblico sperato e che terminò con la vittoria della Novese, che solo alla terza partita riuscì a battere in finale la Sampierdarenese.
Ben diverso lo spessore tecnico del campionato degli scissionisti, quello organizzato dalla C.C.I, al quale parteciparono oltre a tutti gli squadroni metropolitani e le grandi provinciali del nord anche le migliori formazioni del centro-sud. Il torneo venne giocato al nord tra 24 squadre divise in due gironi (secondo il progetto studiato da Pozzo) e al centro-sud da 36 squadre divise in gironi regionali; al termine era prevista la finale nazionale disputata in andata e ritorno che vide la vittoria della Pro Vercelli sulla Fortitudo Roma (3-0 ; 5-2)
Fu, quello del 1921/22, l'ultimo titolo vinto dalle Bianche Casacche della Pro Vercelli e, più in generale, il canto del cigno della provincia: ormai il calcio italiano andava dritto dritto verso le metropoli, là dove c'era più denaro, insomma.


mercoledì 22 marzo 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA “GUERRA DI SECESSIONE” NEL CALCIO ITALIANO

1. LA “GUERRA DI SECESSIONE” NEL CALCIO ITALIANO: PRODROMI 
 

Venti di guerra soffiavano sempre più violenti nel mondo del calcio del dopoguerra. Il dissidio tra le grandi e piccole squadre si manifestò in tutta la sua drammaticità nell'assemblea federale del 4 luglio 1920, assemblea nella quale venne affrontato dapprima il problema della sede federale. La scelta cadde su Milano, che venne votata dalle società minori, ma suscitò la protesta di ben 47 società tra le più forti del panorama italiano, guidate dai club piemontesi e liguri che diedero vita alla Lega Italiana del Gioco del Calcio (L.I.G.C.).
Si acuiva ancora una volta il contrasto tra le grandi e le piccole società, contrasto che interessava sempre la solita annosa questione relativa alla partecipazione – e quindi alla visibilità e agli incassi – al massimo campionato. Le grandi società chiedevano una più ristretta partecipazione di squadre al campionato, giustificando tale richiesta con un presunto miglioramento del livello di gioco che tale restrizione avrebbe necessariamente portato. Le altre, invece, erano convinte che una maggiore rappresentanza di compagini avrebbe “infallibilmente” allargato il discorso propagandistico del calcio appena iniziato. La verità, con tutta probabilità, era quella molto bene sintetizzata dal Ghirelli nella sua Storia del calcio in Italia: “Per le società minori l'esclusione dal massimo campionato equivaleva ad un colpo mortale per le incerte finanze”.
Quali fossero le reali motivazioni, la minaccia di scissione era reale. E le società minori lo capirono velocemente. Il 19 settembre 1920 si tenne un'assemblea generale straordinaria – ove presenziarono 94 società – che nominò un comitato provvisorio di 11 membri, al quale vennero riconosciuti i più ampi poteri di trattare con la L.I.G.C. L'accordo venne raggiunto il 25 settembre e ratificato nel Consiglio Federale del 2 ottobre 1920:
Le Società della L.I.G.C. convenute in Assemblea in Torino la sera del 25 settembre, sentita la relazione della presidenza, consce della necessità e dell'utilità dell'unione delle forze calcistiche, approvano quanto è stato concordato con i rappresentati della F.I.G.C. e riconfermano la fiducia nell'attuale presidenza che deve essere designata a reggere la Federazione.”
Scampato dunque il pericolo della scissione, tutti gli attori del calcio italiano si trovarono di fronte ad un campionato – quello 1920/21 – monstre al quale parteciparono ben 88 squadre: iniziato il 18 settembre con le qualificazioni, vide il termine soltanto il 24 luglio 1921 con la finalissima di Torino (Pro Vercelli – Pisa = 2-1), dopo oltre 10 mesi di gare!
Il problema, dunque, non era stato risolto ma soltanto spostato più in là nel tempo: tutti volevano giocare nel massimo campionato e nessuno era disposto ad arretrare dalle proprie rivendicazioni. Con queste premesse la stagione successiva non andava a nascere sotto i migliori auspici.
 

martedì 14 marzo 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: LA RIPRESA

DOVE ERAVAMO RIMASTI: LA RIPRESA

Le tensioni profonde liberate con il primo conflitto mondiale si manifestarono con una tale forza da caratterizzare il dopoguerra con duri scontri sociali, scioperi e agitazioni in quasi tutta Italia. Anche il calcio non restò immune da questo clima.
Allo scoppio del conflitto l'organizzazione della F.I.G.C. si delineava come un modello rigido ed esclusivo, con un sistema di divieti che impedivano ogni iniziativa individuale. Questa situazione esasperante fu alla base della nascita della Unione Libera Italiana del Calcio (ULIC), fondata a Milano agli inizi del 1917 dal medico socialista Luigi Maranelli. Il programma dell'ULIC era in netto contrasto con quello federale, e il giornale della nuova associazione, il Corriere dello sport libero non risparmiava critiche al nuovo presidente federale, Francesco Mauro. La filosofia sportiva di Luigi Maranelli si rifaceva ad una concezione umanitaria, solidaristica del calcio, apertamente libertaria, ma senza una precisa ispirazione politica, figlia di quei tempi. Nel 1922 l'ULIC arrivò a contare 190 aderenti, tutte squadre che si affrontavano in campionati locali e regionali e tutte accomunate da uno statuto che prevedeva – tra l'altro – l'obbligo per i calciatori dell'Unione di giocare solo nella squadra del proprio luogo di residenza o di lavoro. La F.I.G.C., dal canto suo, vedeva crescere sempre più rapidamente il numero delle società affiliate: per dare qualche cifra, se nel 1920 la Federazione contava su 400 società, già nel 1922 queste erano salite ad 805, alle quali andavano aggiunte le 190 formazioni dell'ULIC. Questo affollarsi di squadre che avanzavano il diritto di partecipare al massimo torneo comportò serie difficoltà nella composizione dei tornei.
Il calcio in Italia riprese ufficialmente il 13 aprile 1919, quando a Torino si tenne la prima assemblea federale, alla quale parteciparono i rappresentanti di ben 97 società che discussero della ripresa dei campionati. Solo dopo aver deliberato – non senza polemiche – di mantenere la sede a Torino e la conferma di Montù quale presidente federale, il vero scontro si ebbe sul “format” del campionato. Venne deciso di farlo diventare un lunghissimo torneo di selezione tra 67 squadre che avrebbe stabilito quali tra queste si sarebbero iscritte al campionato di Prima Categoria 1920/21: si iniziò il 5 ottobre 1919 con le qualificazioni e si concluse soltanto il 20 giugno 1920 con la finalissima di Bologna giocata tra Internazionale e Livorno (3-2).
Quel campionato fu solo l'inizio di una delle crisi più gravi che il calcio italiano mai conobbe.




venerdì 3 marzo 2017

WALKIN'ON THE FOOT-BALL: IL FOOTBALL IN TRINCEA

DOVE ERAVAMO RIMASTI: IL FOOTBALL IN TRINCEA

(...) i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”
Con queste parole il generale Armando Diaz chiudeva il bollettino del 4 novembre 1918 delle ore 12, il bollettino della vittoria italiana sull'Austria-Ungheria. Cessava così in suolo italiano il primo conflitto mondiale e si poteva tornare a parlare di calcio. 
E lo faremo anche noi, ricominciando da dove avevamo interrotto.
Il campionato di massima divisione era fermo ormai dalla fatidica domenica del 23 maggio 1915, quando venne sospeso a seguito della dichiarazione di guerra italiana. Nei tre anni successivi si giocò al football in modo sempre più sporadico. Dal dicembre 1915 al 20 aprile 1916 si disputò la Coppa Federale, alla quale non parteciparono le squadre venete – perché troppo vicine al fronte della guerra – e le squadre del centro-sud – per i soliti problemi logistici dettati dalla distanza; la vittoria andò al Milan che nel girone finale mise in fila Juventus, Modena, Genoa e Casale.
Il calcio, dunque, non venne completamente travolto dalla follia del conflitto mondiale.
L'anno seguente, nel 1917, non venne ripetuta la Coppa Federale ma al calcio si giocò nelle città: significativa la partita tra Milan e U.S. Milanese del 28 ottobre, pochissimi giorni dopo la disfatta di Caporetto, giocata a Milano e valida per la Coppa Mauro (nuovo presidente della F.I.G.C.) che potremmo anche definire il torneo di guerra più importante che si disputò tra il 1917 e il 1918 e che vide impegnate alcune squadre lombarde. Sempre nel 1917 tante squadre si affrontarono per aggiudicarsi coppe e trofei regionali, oltre al campionato di terza categoria che non venne mai interrotto.
Fu in quel clima che si arrivò al 1918, l'anno della svolta. Nei lunghi mesi di guerra il calcio aveva rappresentato uno sfogo, un modo per i soldati di distrarsi dagli orrori quotidiani e si era giocato anche al fronte, nelle retrovie, in Italia come negli Imperi Centrali e in Francia. Moltissimi di coloro che erano stati giocatori negli anni immediatamente antecedenti allo scoppio del conflitto si ritrovarono soldati, e molti di essi non fecero più ritorno a casa, trovando la morte sul campo di battaglia. Più della metà dei giocatori di Verona e Udinese persero la vita, ma non furono purtroppo gli unici: quasi tutte le società del periodo contarono vittime tra giocatori e dirigenti.
Dicevamo del 1918. A Milano, il giorno dell'Epifania, si disputò un incontro tra una squadra composta da giocatori della città e una formata da giocatori della provincia; in marzo venne organizzata una partita tra una rappresentativa di giocatori italiani in servizio presso il XX autoparco a Modena e una rappresentativa di militari del Belgio. A fine anno a Valona, in Albania, la rappresentativa militare italiana venne sconfitta dalla formazione inglese del Weymouth; a Milano, nelle domeniche del 24 novembre e 1° dicembre, grazie al dirigente dell'U.S.Milanese Aldo Molinari, venne disputato il “torneo militare della vittoria” che vide il prevalere del XX Autoparco di Modena per 3-1 sul I Autoparco di Verona.
Tornata, si fa per dire, la pace con la fine della guerra, in Italia si ricominciò a parlare di pallone e di organizzazione, ma il quadro sociale era profondamente mutato rispetto a cinque anni prima. La violenza si era radicalizzata, alimentata dalle spaventose condizioni di povertà in cui versava la nazione. Frustrazione, odio, voglia di rivalsa e fermenti di ribellione caratterizzarono un'intera generazione, una generazione nuova rispetto al passato che diede – a livello calcistico – una nuova leva di giocatori, vogliosa come mai prima di affermarsi. Quella che si affacciava sulla scena calcistica alla ripresa dell'attività era una figura di calciatore diversa dalla precedente, non più di ceto medio alto, anzi, ora molti di quei nuovi giocatori provenivano dalle trincee e dalle campagne e comunque da zone sino ad allora poco note al mondo del football. Se l'esperienza della trincea aveva in qualche modo fatto da culla alla società di massa, ora il calcio era pronto a fare da volano alla nuova società e a diventare esso stesso grande fenomeno di massa.


giovedì 23 febbraio 2017

Album di football perduto

VERCELLI, 2 FEBBRAIO 1913, POCHI ISTANTI PRIMA DELL'INIZIO DI PRO VERCELLI-TORINO

Prima giornata di ritorno del girone piemontese di Prima divisione, campionato 1912/13.

A Vercelli nella domenica consacrata al Carnevale sono di scena le “Bianche casacche” e il Torino: nella foto il lancio della monetina tra i due capitani e l'arbitro Meazza.

La partita si caratterizza per un gioco molto violento, già al 4° minuto il Torino segna su calcio di rigore ma la i padroni di casa pareggiano al 25°, chiudendo così il primo tempo sul punteggio di 1-1. Nella ripresa i vercellesi trovano con Cornia la rete del vantaggio, ma subito dopo il Torino si ritrova in otto uomini per l'espulsione di due giocatori e per l'abbandono volontario del campo da parte di Mosso I.

La Pro Vercelli si aggiudicherà l'incontro per 6-1

giovedì 16 febbraio 2017

Album di football perduto

ITALIA - BELGIO, TORINO, 3 GENNAIO 1915


Durante i primi giorni del 1915 A Milano e a Torino vennero organizzate due partite benefiche a favore delle popolazioni del Belgio e delle terre irredente tra la Nazionale italiana e una rappresentativa franco-belga formata da numerosi giocatori combattenti che per alcuni giorni avevano abbandonato il fronte.
Nonostante pioggia e neve abbondante le due sfide vennero ugualmente disputate. 

La fotografia - tratta da "Lo Sport Illustrato" del 15 gennaio 1915 ritrae un gruppo di ragazzini intenti nella raccolta dell'obolo da destinare in beneficenza in occasione della partita giocata allo Stadium di Torino il 3 gennaio.

lunedì 30 gennaio 2017

Album di football perduto

ITALIA – FRANCIA, VELODROMO SEMPIONE DI MILANO, GENNAIO 1920



Per domenica 18 gennaio la F.I.G.C. aveva messo in calendario la prima partita della Nazionale una volta chiusa la tragica parentesi bellica e aveva invitato la Francia. Come ricordano le cronache dell'epoca la partita fu in forse sino all'ultimo poiché i transalpini arrivarono a Milano soltanto verso mezzogiorno. A causa dei precari collegamenti internazionali la squadra francese, attesa a Milano al sabato, dovette cambiare itinerario, pernottare in Svizzera e da lì prendere un altro treno per arrivare a Milano. Come ricorda Carlo F. Chiesa nella sua “La grande storia del calcio italiano” gli organizzatori non vedendo arrivare i francesi avevano annunciato che ci sarebbe stata una partita della Nazionale contro una rappresentativa militare, a prezzo ridotto. Solo quando i francesi arrivarono al Velodromo venne ripristinato il programma originario, differendo l'inizio della partita alle ore 15 “così da consentire di ripristinare un adeguato servizio biglietteria e alla gente di prendere posto”1.
La partita venne vinta agevolmente dall'Italia per 9-4 che giocò con una divisa completamente bianca poiché la Francia era arrivata solo con la divisa ufficiale blu e gli azzurri non avendo una divisa di riserva, avevano indossato maglie bianche e sbiadite di una squadra dilettante messe a disposizione dal fondatore dell'Ulic, Luigi Martinelli.




1CARLO, CHIESA, La grande storia del calcio italiano, pag. 78-80





venerdì 13 gennaio 2017

Album di football perduto

ITALIA – ENGLISH WANDERERS, APRILE 1912

Durante i giorni di Pasqua del 1912 una squadra inglese venne in Italia a giocare alcuni incontri amichevoli, o come si diceva allora “dimostrativi”. La compagine degli Enghlish Wanderers in quegli anni aveva come scopo quello di portare in giro per l'Europa in lunghe tournée il gioco del calcio, era una selezione composta da giocatori inglesi, scozzesi ed irlandesi che si riuniva alcune volte all'anno proprio per queste esibizioni al di fuori dei confini nazionali.


Nel 1912 i maestri “sbarcarono” in Italia. Dopo aver vinto abbastanza agevolmente contro Pro Vercelli, Milan, Genoa e una “mista” torinese, incrociarono i tacchetti anche con la Nazionale italiana. Quell'incontro, giocato domenica 14 aprile, finì sul punteggio di 1-1 grazie ad un rigore segnato da De Vecchi proprio al 90° minuto.