lunedì 22 dicembre 2014

La Tregua di Natale del 1914

C'è una partita che per tanto tempo ha “galleggiato” tra realtà e mito, quella partita che venne giocata tra le trincee avversarie tedesche ed inglesi nelle Fiandre, nei pressi di Ypres. Quell'incontro, pacifico, quella parentesi di umanità all'interno della follia bellica, passò alla storia come la “tregua di Natale del 1914” e volentieri ne parliamo.
Già La Stampa nel numero del 27 dicembre riportava una corrispondenza del Times secondo il quale i soldati britannici celebrarono il Natale nelle trincee delle Fiandre: “Appena apparve l'alba del giorno santo, alti canti religiosi si levarono sull'immenso campo di battaglia (…). Assai spesso, ai canti dei soldati britannici rispondevano i canti dei tedeschi dalle loro trincee. E più di una volta, assicura il corrispondente, i due canti parvero modulati nella stessa cadenza, benchè i sentimenti ed i cuori fossero ben discordi e diversi.”1 

Poi la storia diventa leggenda, o quasi. Da numerosi racconti di sopravvissuti pare che alla mattina alcuni soldati dei due schieramenti abbiano trovato un accordo per una breve tregua e a suggello di tale accordo così, come d'incanto, pare sia sbucato un pallone e pertanto naturale conseguenza fu quella di dare vita ad un incontro di calcio in quella “terra di nessuno” che stava tra le due trincee nemiche. Con i primi giorni del 1915 alcuni giornali inglesi resero noto ciò che accadde quella notte con la pubblicazione di stralci di lettere di soldati che parlavano anche di quella partita, che pare terminò 3-2 per i tedeschi.
Di quel che accadde nel Natale del 1914 nelle Fiandre venne girato anche un film, “Joyeux Noel” che uscì nel 2005.


1Cfr. La Stampa del 27 dicembre 1914, n.357

martedì 16 dicembre 2014

Milan Cricket and Football Club

Pensa alla neve. Pensa al Natale, alle feste di fine anno. Pensa alla fine del secolo, alle luci a gas che vengono lentamente accese nel cuore di Milano. Pensa alle carrozze che schizzano di fango i passanti infreddoliti. Pensa ai caffè, ai bottegai indaffarati a vendere a chi può permettersi di acquistare. E pensa ad una Milano ben diversa da quella di oggi, alle sue periferie, agli omnibus stipati, alle prime rotaie che segnano le strade, alle fabbriche e al verde, ai campi. Accidenti al tempo ce n'erano davvero tanti di campi. Vedevi la pianura, tra il Po e le Alpi.
Sta finendo un secolo, ma sta nascendo una squadra che farà la storia del calcio italiano e mondiale.
È il dicembre del 1899 quando Herbert Kilpin riesce nel suo intento di fondare una società di calcio a Milano, con il dichiarato intento di sconfiggere i compatrioti del Genoa. Personaggio affatto di secondo piano, questo Kilpin. Lui c'è sempre quando il football in Italia prende strade importanti. C'è nelle partite che si giocano a Torino e Genova, c'è nei primi campionati. E c'è quel giorno di dicembre del 1899 quando con un gruppo di amici inglesi ed italiani fonda una squadra per giocare al football e al cricket. Poco più di una comparsa nel suo paese, dove non giocò mai in prima divisione, fu figura di spicco nel nostro football: le proporzioni tra i due movimenti dell'epoca sono queste. Già nei suoi ultimi anni torinesi aveva avuto la voglia di fondare una sua squadra, ma solo a Milano arriverà a farlo. Il nome della squadra – ma c'è bisogno di sottolinearlo? - è in inglese, Milan. E poiché nelle intenzioni c'era di praticare sia il football che il cricket, ecco che il nome completo fu Milan Cricket and Football Club, ma ben presto il cricket venne abbandonato, soppiantato nei gusti dei soci e nell'interesse degli spettatori dal fascino nuovo del football.
Il primo presidente è il vice console britannico Edwards; prima sede la Fiaschetteria Toscana di via Berchet. Pochi giorni e la nuova squadra ha anche un campo di gioco, il Trotter, un'area senza recinzione in Piazza Doria, dove poi sorgerà la stazione centrale. Lo stesso Kilpin racconta che durante una delle prime partite disputate al Trotter, contro il Genoa, assistettero circa 500 persone, sotto il diluvio. Poi sarebbero venuti i campi di gioco dell'Acquabella (nel 1903) e il campo dei primi trionfi, in via Fratelli Bronzetti, con la sua tribuna da 600 posti inaugurata nel febbraio del 1906.
Il Milan di Kilpin nel 1901 riuscirà a spezzare per la prima volta l'egemonia del Genoa – sconfiggendolo 1-0 in finale – conquistando così il suo primo campionato e mantenendo così fede alla minacciosa promessa fatta agli amici del Genoa di cui abbiamo detto prima.
Kilpin, infine, si inventò anche qualcos'altro per la sua nuova squadra, sai Frankie? Disegnò lui stesso la prima divisa del Milan: camicia a righe rosse e nere con colletto e sulla sinistra lo stemma di Milano, croce rossa in campo bianco; calzoni bianchi, calzettoni rossi e cappello a righe rosse e nere.
Per dirla come più o meno l'avrà detta lui: rosse come il diavolo, nere come la paura.

martedì 2 dicembre 2014

La Biblioteca del football perduto

IL FOOTBALL DEI PIONIERI di Alessandro Bassi (Ed. Bradipolibri)

Il foot-ball italiano prima del campionato a girone unico (stagione 1929-30), raccontato come quello di oggi - con cronache, aneddoti, risultati completi - ma senza le controindicazioni che avvelenano il calcio moderno. Un sogno di carta, quel calcio antico, che somiglia al rugby, perché è da una sua costola che è “nato”, nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale. Dal celebre “quadrilatero” Genova-Milano-Torino-Vercelli, dove tutto è cominciato, al campionato della Grande Guerra. Dalle “Bianche casacche” della Pro Vercelli a quelle della prima nazionale italiana, solo in seguito azzurra. Per la prima volta in un unico volume edito da BradipoLibri Editore tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato i primi 20 anni di vita calcistica in Italia, con resoconti completi delle partite più importanti e la cronaca di tutta l'attività della Federazione volta a dotare il calcio italiano di norme utili a regolamentare un movimento che si andava ad ingrossare sempre più.
Il calcio dei pionieri rivisitato attraverso i resoconti e i giornali di un’epoca, e un’Italia, che aveva ancora voglia di credere in qualcosa.
Con prefazione del Dr. Fino Fini, Direttore del Museo del Calcio di Coverciano

Aprile 2012
Bradipolibri Editore
Pagine 185 - Euro 15,0

venerdì 14 novembre 2014

LA PALLA DAPPLES

Non ci crederai, ma c'è stato un trofeo che a suo tempo era più importante addirittura del campionato. C'è stato un tempo in cui il campionato era solo un torneo come tanti altri. A quel tempo le grandi squadre si contendevano la palla Dapples.
A Genova ancora adesso vanno fieri di aver messo lo zampino – e che zampino... - anche in questa idea. E a ragione. Fu il vice presidente del Genoa, l'inglese Henry Dapples, che nel dicembre del 1903 regalò alla propria squadra questo trofeo d'argento dalle dimensioni di un pallone affinché lo mettesse in palio. Partita secca da giocarsi sul campo della detentrice, chi vince si prende la coppa, ma la deve mettere in palio contro chiunque lanci la sfida.
Il regolamento prevede che la sfida avvenga con regolare dichiarazione fatta per iscritto a mezzo raccomandata; la scelta dell'avversaria cade sulla squadra che per prima in ordine di tempo l'ha lanciata, oppure a parità di tale requisito, sul team che mai l'abbia disputata o che provenga dal luogo più lontano rispetto alla città sede del club detentore. La partita si gioca sul campo del detentore, non è previsto rimborso per le spese di trasferta.
Una data: domenica 20 dicembre 1903. Un luogo: Genova, Ponte Carrega. La partita, la prima partita: Genoa-Andrea Doria. Parità, 1-1. La Palla rimane al Genoa, perchè così vuole il regolamento. Chi detiene il trofeo per mantenerlo ha il vantaggio di poter contare su due risultati su tre.
La formula è semplice, il successo clamoroso. D'un tratto tutti vogliono la Palla Dapples. Potenza della pubblicità, potremmo dire. I giornali la pubblicizzano senza risparmiarsi, concedendo grande spazio a questa sfida, accrescendone, man mano che le partite si disputano, sempre più il mito.
Chiunque può sfidare il detentore, abbiamo detto. Il mezzo della raccomandata inviata per posta viene ben presto aggirato dall'ingegno dei dirigenti dell'epoca: c'è chi si presenta con tanto di testimoni al campo, appena terminata la partita, a consegnare a mani la lettera con la sfida alla squadra che si è appena aggiudicata la coppa, per arrivare prima delle poste. Per arrivare prima di arrivare in posta! E non è affatto infrequente che quella lettera di sfida venga redatta lì, a bordo campo. Con le contestazioni e i reclami alla Federazione che si sprecano. La Palla Dapples accende gli animi dei dirigenti, stuzzica le ambizioni delle squadre, è il simbolo di quegli anni di pionierismo verace e tumultuoso. Uno status symbol tra le società di calcio. Per tentare di mettere un po' d'ordine, la Federazione decide di intervenire ed impone che la sfida venga lanciata mediante telegramma. Cambia il mezzo di comunicazione, rimane la corsa contro il tempo. A far fede è l'orario di spedizione del telegramma. Gli sfidanti allora si ingegnano ancora, arrivano a spedire telegrammi contemporaneamente alle due squadre impegnate nell'incontro, senza attendere che la partita finisca, per tentare di bruciare sul tempo gli altri sfidanti. Insomma, è una corsa all'oro, la corsa alla conquista della Palla Dapples!
Ma perchè questo fervore? Te l'ho detto: perchè tutti ne parlano. E perchè quelli sono gli anni dei trofei, delle coppe. Le bacheche sono vuote e occorre riempirle. E a contendersi quella coppa ci sono le migliori squadre del tempo.
Il challenge Dapples fu dal 1903 al 1909 il trofeo più importante nell'Italia calcistica dell'epoca, il suo “mito” si compone di 48 incontri: il Milan è la società che vanta più vittorie, ben 22, il Genoa è la squadra che se la aggiudicherà definitivamente, vincendo il quarantottesimo ed ultimo incontro, domenica 26 dicembre 1909, un crepuscolare 10-0 allo Spinola Football Club Rivarolo. È una data a suo modo storica, quella del 26 dicembre 1909, anche se nessuno te lo dirà e probabilmente non la troverai in nessun libro di storia del football che si rispetti. Ma è storica eccome. Finisce l'età dei trofei, delle coppe e delle targhe. Il campionato, che ha ormai 10 anni di partite alle spalle, si prende tutto. Nel 1909 la Federazione emana il primo regolamento organico del gioco del calcio in Italia, col quale intende regolamentare tutta l'attività calcistica e pone al centro di tutta la sua attività il campionato, da lì in poi vero faro di tutto il football – anzi, calcio – in Italia.
La Palla Dapples il 26 dicembre 1909 mette in scena l'ultima rappresentazione di un modo di vivere il football che non c'è più.

lunedì 3 novembre 2014

Sport Club Juventus

Potremmo anche parlare di feste patronali, di gite fuori porta. Di sagre e football, magari. Raccontare di qualcosa che nessuno – o quasi – conosce più.
La nascita dello Sport Club Juventus è legata ad una panchina, vero. Ad una panchina, ad un liceo e a una città, Torino, all'epoca dei fatti vera capitale del football da queste parti.
L'autunno è quello del 1897. Al calcio si gioca al Velodromo o in Piazza d'Armi. Ci gioca il footballer e ci gioca il ginnasta. Ci gioca lo studente dopo la scuola e ci gioca il nobile della città. Ci gioca chi ha voglia di stare con gli amici e ci gioca chi è assetato di novità.
La leggenda narra di una panchina, ti ho detto. E di un gruppo di studenti del liceo Massimo D'Azeglio che giocavano a barra e a football, tentando di emulare i “veri” footballers delle squadre della città. Su quella panchina di Corso Re Umberto – continua la leggenda – c'è questo manipolo di liceali che sta cercando di darsi un nome, di inventare un'identità alla loro comune passione. Si pensa in latino, certo. Si parla per immagini che affondano radici nel passato, inevitabile per degli studenti del ginnasio di quei tempi. Così, tra un Iris Club e una Robur, tra un'Augusta Taurinorum e un Massimo D'Azeglio, la spunta un nome mezzo inglese e mezzo latino: Sport Club Juventus. A leggere ciò che ha tramandato Enrico Canfari – uno che quei giorni c'era eccome nel gruppetto – il nome piaceva a pochi: venne scelto. Vai a capirli i pionieri del football, eh?
Canfari. Perchè adesso è facile credere che la Juventus ci sia stata da sempre grazie alla famiglia Agnelli, ma mica è vero. Gli Agnelli arriveranno dopo, e tra qualche tempo ne parleremo. Prima, da subito, un'altra famiglia ha legato il proprio nome ai primi passi della Juventus. I fratelli Enrico ed Eugenio Canfari misero a disposizione degli amici della panchina l'officina del padre, in Corso Re Umberto al numero 42, come luogo per stabilire la prima, storica, sede sociale. Sempre loro, i fratelli Canfari, scelsero la prima divisa, la più economica che avessero trovato. Perchè un'altra differenza con i tempi di oggi, devi sapere, è che il football, all'epoca, viveva di stenti. Dicevo, divisa economica ma non per questo non elegante: camicia di percalle rosa, pantaloncini neri con fascia e cravatta dello stesso colore.
Quei ragazzi erano pronti a sfidare chiunque! Anche se “chiunque” all'epoca non era concetto dal recinto molto vasto. Le altre squadre di Torino, certo. Ma anche di Milano e Genova. Tutto a portata di treno. Insomma, i ragazzi in camicia rosa iniziavano a scrivere la loro storia con le prime sconfitte, ma ben presto quel nome, Juventus, era nome richiesto per amichevoli ed “exibition”, come si diceva all'epoca. Soprattutto in estate, quando i primi campionati e tornei erano fermi. In estate, infatti, la Juventus si esibiva in vere e proprie piccole tournée nelle sagre e feste nei paesi limitrofi Torino. Ecco perchè all'inizio ti ho detto che avremmo potuto parlare di sagre. Perchè la prima Juventus ci si divertiva, alle feste di paese. Enrico Canfari, nelle sue memorie, a proposito di quei primi tempi dice:
La Juventus ormai aveva un nome che poteva ben figurare sui cartelli delle feste patronali assieme al Ballo à Salon e alla Rottura delle Pignatte”
Ti sembra sconveniente parlare di questi inizi?
Accidenti del primo scudetto del 1905 si sa tutto, anche della prima partita giocata nel campionato italiano, nel 1900 o delle nuove maglie “inglesi” a strisce bianconere sai com'è andata a finire. Se vogliamo raccontare di come tutto è nato, beh, questi sono i fatti, fatti ormai caduti nell'oblio, ma importanti perchè ci raccontano, meglio di tanti trattati sociologici, come era vissuto il football oltre un secolo fa: un gioco, una festa. Un'occasione per socializzare. Un po' come facciamo noi quando tiriamo sino a tardi nel nostro bar preferito.

lunedì 20 ottobre 2014

Genoa Cricket and Football Club

Come ben saprai, all'inizio il football si giocava in posti un po' strani per le convenzioni dei nostri giorni. Si giocava nelle grandi piazze d'armi, nei velodromi e motovelodromi, nei parchi cittadini.
Prima che iniziasse l'epoca del campionato e dei vari tornei, si giocava per strada, in piazza e – in città come Genova, Palermo, Cagliari, anche sui moli. Poi si andava in trattoria, in osteria o nei caffè a discutere e divertirsi. A socializzare attraverso il calcio. Che forza questo sport, eh?
Proprio a Genova un gruppo di cittadini britannici di stanza nella città ligure diede vita ad una società sportiva pensata per permettere ai connazionali di praticare il cricket e gli altri giochi così cari agli inglesi. Tanto per non sentire la “saudade” in salsa anglosassone. Teatro di quella nascita furono i locali del Consolato britannico, dove questo gruppo di inglesi trovò l'entusiasmo del console di Sua Maestà, tale Alfred Payton, che venne eletto presidente onorario del nuovo club.
La data, caro Frankie, è quella conosciuta da tutti del 7 settembre 1893. il Genoa c'ha costruito il suo personale mito su quella data. E a ragione: quella data sta a certificare che la squadra genovese è la più antica d'Italia, l'unica sopravvissuta tra quelle che animavano il gioco del football tra la fine degli anni'80 e i primi anni'90 del XIX secolo.
Nei primi anni di attività del club, per essere doverosamente onesti, al calcio si giocava molto poco e occorre attendere la seconda metà degli anni'90 per vedere rotolare una palla e un gruppo di ragazzi in mutandoni correrle dietro; occorre attendere, che Richard Spensley diventi socio e trasmetta al resto del club la passione di correre dietro ad una palla. In altre parole, la passione per il football. James Richardson Spensley: te ne avevo già accennato, vero? Medico addetto ai marinai, arrivò a Genova nel 1896 e il 20 marzo di quello stesso anno si iscrisse al Genoa Club. Anche lui, con tutta probabilità, per non sentirsi troppo straniero in una città cosmopolita come era Genova all'epoca. Grande appassionato di football, abbiamo detto, Spensley si prodigò da subito nell'organizzare partite e dimostrazioni di gioco per contagiare gli altri soci della sua stessa passione. Si deve a lui il cambio di denominazione sociale del 1899, quando il termine football sostituì il termine athletic. Non solo. Fu grazie ad una sua iniziativa se nel club tutto britannico del Genoa venne permesso l'ingresso di soci italiani: nell'assemblea del 10 aprile 1897 venne infatti approvata una sua mozione che prevedeva la possibilità di accogliere come soci anche cittadini italiani, in numero non superiore a cinquanta.
Il primo campionato di calcio, nel 1898, come abbiamo già avuto agio di raccontare, lo vinse il Genoa, in divisa completamente bianca. L'anno successivo cambiò la divisa e sfoggiò una bella maglia a strisce bianche e blu: vinse ancora il campionato, come anche nell'anno successivo.
Tre campionati, tre vittorie del Genoa. E vittoria definitiva della coppa d'argento messa in palio dal Duca degli Abruzzi e destinata a chi fosse risultato vincitore di tre titoli italiani. Il Genoa, per l'appunto.
Vittorie tutte ottenute sul campo di Ponte Carrega, la “casa” del Genoa dal 1897 al 1907; prima, invece, le partite si giocavano nella Piazza d'Armi del Campasso, a Sampierdarena, poi quel campo venne lasciato al Liguria e alla Sampierdarenese.
Ad essere pignoli, non tutte queste vittorie il Genoa le colse sul campo di Ponte Carrega: nel 1900 il F.C. Torinese si rifiutò di giocare la finale a Genova e pretese che si giocasse a Torino, dopo le polemiche sorte nella finale dell'anno prima – quella sì giocata a Ponte Carrega – con le accuse mosse dall'Internazionale Torino ai giudici di porta.
Detto ciò, ti lascio con una bella testimonianza di uno dei primi campioni d'Italia del 1898, tratta da L'età dei pionieri, il catalogo del Museo della Fondazione Genoa 1893. Edoardo Pasteur racconta di come era organizzata la giornata della gara a quei tempi:
Nelle nostre gare casalinghe ci si trovava sul campo di buon'ora alle otto e i...dirigenti con un innaffiatoio tracciavano le righe bianche, poi tiravano le corde per delimitare il settore del pubblico; alle dieci arrivava il carro con le sedie, una cinquantina, e si disponevano al centro per le Autorità ed i signori. Alle dodici si faceva colazione in una osteria dietro al campo e alle quindici aveva inizio la partita”

mercoledì 15 ottobre 2014

La Biblioteca del football perduto

QUANDO VINCEVA IL QUADRILATERO di Luca Rolandi
Il calcio delle origini, in questo volume completo e documentato, ritrova tutto il suo splendore, la sua epifania, la sua epica. Rolandi ha firmato un "romanzo del pallone" che dovrebbe entrare come testo nelle scuole. Il football, non dimentichiamolo mai, come disse il poeta inglese e Nobel per la letteratura T. S. Eliot, rappresenta un "elemento fondamentale della cultura contemporanea". Appartiene alla nostra sfera personale, ma anche alla collettività. È di tutti. Soprattutto di chi, almeno una volta, ha provato l'ebbrezza di una rete in rovesciata o di una parata all'incrocio dei pali.
Gli anni d'oro del calcio della provincia piemontese con al comando Alessandria, Casale, Novara, Pro Vercelli e il miracolo della Novese.
“Da tempo non leggevo un’opera simile, capace di mettere insieme il particolare con l’universale, quel gol magistrale con i fatti dell’epoca, dalla cronaca locale all’evento di rilevanza nazionale. E, così, non possiamo rimanere indifferenti davanti alla leggenda della Pro, mito persino in Sudamerica ancora oggi, soprattutto nel mio Brasile, ai fasti dell’Alessandria, a quella incredibile prima volta del Casale, alle stagioni ruggenti del Novara, alla figura superba di Silvio Piola, attaccante di abbagliante bravura e dalla commovente generosità. C’è anche un piccolo spazio per il miracolo dell’Unione Sportiva Novese, che, pur non facendo parte del famoso ‘cartello’ sportivo, ne è stata una appendice gloriosa.” dalla prefazione di Darwin Pastorin

 
Introduzione di Luca Ubaldeschi Prefazione di Darwin Pastorin
Bradipolibri Editore
Dimensione: 15x21
Num. Pag. 184
Prezzo: Euro 16,00
ISBN: 978-88-96184-87-5

Luca Rolandi vive a Torino, giornalista, direttore della Voce del Popolo.

lunedì 6 ottobre 2014

Dall'inizio dei campionati alla morte di Di San Giuliano

Domenica 4 ottobre iniziava il campionato di calcio, con la prima giornata nell'Italia Settentrionale. Di quella prima giornata ci sono da segnalare senza dubbio le dilaganti vittorie del Genoa sul campo dell'Acqui (0-16) e del Milan che sul proprio terreno di via Bronzetti vinse facile per 13-0 contro i modenesi dell'Audax. Ben più avvincente e sorprendente il risultato di Como, dove la squadra di casa, davanti ad un folto pubblico, riuscì a battere l'Internazionale per 3-2 con la rete decisiva segnata nella ripresa da Albonico. Il risultato più eclatante fu comunque senz'altro quello di Milano dove il Nazionale Lombardia riuscì a fermare giocando una gagliarda gara i campioni in carica del Casale. Infine si segnala ciò che avvenne a Novara, dove la squadra di casa vinse ampiamente (11-1) contro i milanesi del Savoia; questi ultimi, contrariamente a ciò che prevedeva il Regolamento della Federazione, si presentarono alla partita senza la squadra di riserva poiché, come si legge su La Stampa proprio “la sera prima la Società deliberò il suo scioglimento, dichiarando forfaits su tutti i campi di giuoco”.
Nella seconda giornata si registrava un primo risultato a sorpresa a Torino, dove nella stracittadina la Vigor, confermando quanto di buono fatto vedere nella partita inaugurale, batteva la Juventus per 3-2, segnando il punto della vittoria al 43° della ripresa grazie a Sandri. Meglio gli juventini nel primo tempo, sicuramente più efficaci i giocatori della Vigor nella ripresa. Per il resto, facili vittorie per il Milan sull'Associazione milanese del calcio (5-0) e dell'Internazionale sul Modena (8-0), mentre il Novara vinceva un incerto e combattuto match sul campo della milanese Libertas per 3-2, dopo aver chiuso in vantaggio il primo tempo per 2-1.
Il 16 ottobre moriva il marchese di San Giuliano e Salandra assumeva l'interim degli Esteri che sarebbe quindi passato a Sonnino con il nuovo governo Salandra che sarebbe entrato in funzione il 5 novembre.

mercoledì 1 ottobre 2014

L'arbitro in Italia

Da noi la storia degli arbitri si è soliti farla partire da una data ben precisa, il 27 agosto 1911, da quando cioè a Milano in una sala del ristorante “L'Orologio” venne costituita l'Associazione Italiana Arbitri, primo presidente Umberto Meazza. Se la storia inizia con il 1911, di arbitri se ne inizia a parlare (e discutere) diversi anni prima.
In principio furono gli inglesi.
Anche qui. Nel senso che in principio le squadre si facevano arbitrare dai rispettivi capitani che erano (quasi) sempre inglesi. A volte, anche, si giocavano partite senza arbitri: ce ne fornisce una bella testimonianza su “Lo Sport Illustrato” in un numero del 1915 Kilpin, pioniere dell'Internazionale Torino prima e bandiera del Milan poi (e arbitro egli stesso).
Comunque fosse, le prime partite disputate sotto l'egida della F.I.F. erano dirette da giocatori stranieri, quasi tutti inglesi e qualche svizzero. Pare bello ricordarne i nomi: Savage, Allison, Weber, Leaver. Quindi i primi arbitri erano giocatori delle varie squadre, e il particolare – caro Frankie – non suonava affatto strano.
Dopo i primi anni, si andò formando una prima “leva” arbitrale italiana: il football veniva praticato con sempre maggior seguito, le squadre si ingrossavano di nuovi giocatori, italiani, e quindi, anno dopo anno, gli italiani andarono ad affiancarsi agli stranieri nel ruolo di arbitro. Anche in questo caso vale la pena ricordare alcuni nomi: Ferrero di Ventimiglia, Nasi, Umberto Meazza. Quest'ultimo è lo stesso che legherà il proprio nome alla prima presidenza dell'A.I.A. e alla Commissione selezionatrice della prima nazionale, nel 1910.
Quando viene fondata l'A.I.A. siamo negli anni del primo piccolo boom del football in Italia: ai primi capitani si aggiungono altri nomi nelle liste arbitrali, compaiono i nomi dei fratelli Pasteur, di Spensley, Kilpin e Calì, solo per ricordare i più famosi. E dell'arbitro si inizia a parlare anche nelle prime pubblicazioni dedicate al football. Senza fare qui la storiografia della manualistica di settore, vale senz'altro la pena citare un piccolo manuale edito da Sonzogno nel 1909 che dedica una sezione alla figura dell'arbitro. L'autore si lancia in una serie di raccomandazioni, alcune anche divertenti se lette con gli occhi di oggi: un buona arbitro, per esempio, doveva essere “severamente puntuale”, arrivare con largo anticipo al campo e controllare con precisione dimensioni delle porte, tracciatura delle linee, altezza delle bandierine, ecc.; oltre a ciò, il buon arbitro avrebbe dovuto dotarsi di un “buon orologio, meglio un cronometro, un libriccino col lapis per segnare l’ora in cui si è iniziato il giuoco ed il numero delle porte o quegli altri particolari che egli crederà necessari”.
Insomma, è l'arbitro che tutti noi conosciamo.
Come dite? Le polemiche? Eh, ci arriviamo...
Ben presto il football dalle nostre parti ottiene un buon seguito di pubblico, gli spettatori si identificano nelle squadre e iniziano le prime manifestazioni di tifo. Siamo ormai nel secondo decennio del XX secolo, le rivendicazioni sociali si mescolano alle tensioni internazionali, irredentismo, mancanza di lavoro e sentimento anti austriaco si fondono in un latente malessere che da lì a pochi anni troverà sfogo nel primo conflitto mondiale.
Intanto si va al campo a tifare e a creare, sempre più spesso, disordini.
Senza neanche bisogno di dirlo, il bersaglio che accomunerà i tifosi delle varie squadre viene identificato nell'arbitro, poveretto. Complici diversi pacchiani errori commessi da alcuni arbitri e polemiche a volte stucchevoli tra i dirigenti dell'epoca, fatto sta che si inizia anche in Italia a prendersela con l'arbitro. A puro titolo di esempio, c'è da ricordare il grave episodio accaduto a Milano, il 23 gennaio 1910, dopo Milan – Juventus. Durante la partita l'arbitro, Meazza, venne spesso contestato dal pubblico e dai giocatori milanesi, ma fu al termine dell'incontro che il buon Meazza se la vide davvero brutta, quando, sulla via di casa, venne inseguito ed accerchiato da numerosi tifosi milanisti, tra i quali anche alcuni giocatori dello stesso club.
Come avrete capito, siamo arrivati all'iconografia “dell'arbitro cornuto” tanto famigliare a chi segue il calcio oggidì, pertanto mi fermo qui.

giovedì 25 settembre 2014

La Biblioteca del football perduto

PANE E FOIE GRAS di Stefano Bedeschi
“Sogna, il ragazzino Michel. Come tutti quelli che hanno l’età per sognare. Inventa interminabili partite di calcio nel cortile davanti al bar del nonno, laggiù a Jouef. Il locale è pieno di italiani, perché nonno è arrivato in Lorena da Agrate Conturbia, provincia profonda di Novara, in cerca di fortuna. Sogna, il ragazzino Michel. Inventa sfide mondiali che naturalmente vince, perché con un po’ di fantasia si vince sempre. Il suo idolo si chiama Pelé, e in mezzo al cortile Pelé è lui. Per questo, ogni volta che gli capita di dover firmare un pezzo di carta, si diverte a storpiare il proprio cognome. Il ragazzino Michel si trasforma, diventa Peleatini.”
Questo libro ripercorre le prodezze di Platini, ossigeno per gli amanti del calcio, non solo juventini. Non solo per noi, fortunati che abbiamo vissuto in presa diretta il suo tempo, ma anche per chi è giovane oggi, a testimonianza che c’è stato un tempo in cui il calcio era gioia, era sogno, era bellezza. Era poesia.


Maggio 2014
Versione Ebook: Urbone Publishing
Versione Libro: Ilmiolibro Edizioni
Pagine 188 - Euro 14,00
 
 Stefano Bedeschi nasce a Reggio Emilia, nel 1962. Da sempre appassionato di calcio e tifosissimo della Juventus, comincia ben presto a collezionare immagini e notizie riguardanti la squadra bianconera.
Nel 2004 si iscrive in un forum juventino e, da quel momento con il nickname di Bidescu, comincia una stretta collaborazione con molti siti riguardanti il mondo bianconero (fra i quali J1897, Vecchiasignora e Tuttojuve) e con il settimanale Nerosubianco, prima in versione cartacea quindi nella versione on-line.
Presto, apre un proprio blog, contenente più di quattrocento biografie di giocatori che hanno vestito la gloriosa casacca della Juventus. Nel blog si possono trovare anche racconti di partite storiche della Vecchia Signora e ritratti di campioni che hanno incrociato i loro destini con la Juventus.
In definitiva, Bedeschi è un accurato cantastorie, capace di miscelare tutti gli ingredienti che fanno del calcio il gioco più bello del mondo.



lunedì 22 settembre 2014

Vengono gettate le basi per il futuro Patto di Londra

La vittoria alleata della Marna indusse Imperiali ad informare il governo italiano che l'Inghilterra era sicura della vittoria finale.1 Il 14 settembre Di San Giuliano prospettò agli ambasciatori l'eventualità di un prossimo crollo degli Imperi centrali e il 16 scriveva ad Imperiali per una ripresa delle trattative, ponendo l'accento sui prevalenti interessi adriatici dell'Italia, spiegando il giorno successivo che condizione pregiudiziale era l'intensificarsi delle offensive serbe ed un'azione navale alleata in Adriatico.2 Sempre Salandra, nel volume "La neutralità italiana", confessò come fino alla Marna non avesse pensato all'intervento:
"Nell'agosto la situazione internazionale si andò delineando e il sentimento del Paese si andò chiarendo e orientando a guisa da escludere ogni possibilità di intervento secondo i termini dell'alleanza. Nel settembre, dopo la Marna, io ebbi la visione ormai chiara della via che si doveva seguire. La intensa considerazione delle probabilità circa l'esito della lunga guerra mi fornì le ragioni della risoluzione conforme ai sentimenti che spesso non mi riusciva di dissimulare"3
Salandra dunque era preoccupato da un lato dalle vittorie dell'Intesa che, temeva, avrebbero potuto portare ad una rapida pace separata tra Austria e Russia, mentre dall'altro a preoccuparlo erano le nostre deficienze militari che forse avrebbero costretto a prolungare la neutralità fino a primavera: per questo chiese a Cadorna un quadro della situazione. La risposta fu chiara. A giudizio di Cadorna l'esercito italiano non era ancora in grado di affrontare un esercito forte ed organizzato e numeroso come quello austroungarico, ma aggiungeva sanche che nello specifico della situazione venutasi a creare, con le forze austriache e tedesche massicciamente impegnate su vari fronti, e tenuto conto dell'elevato spirito che in quei momenti animava il Paese, riteneva si sarebbe potuto entrare in azione con fiducia e con buona speranza di favorevoli risultati militari non prima della primavera.4
Nel frattempo Di San Giuliano gettava le basi dell'intervento chiedendo lumi agli ambasciatori a Londra, Parigi e Pietroburgo con un telegramma del 25 settembre, importante perché verrà poi a costituire l'ossatura del futuro patto di Londra: "Il governo reale desidera mantenere la neutralità dell'Italia ritenendo che questo sia il mezzo migliore per proteggere i suoi vitali interessi. Ma se l'Austria si mostrasse incapace di mantenere l'equilibrio nell'Adriatico, l'Italia, per difendere i propri vitali interessi, sarebbe costretta ad accordarsi coi nemici dell'Austria ed a schierarsi al loro fianco." Nei vari punti si parlava innanzitutto del modus procedendi che avrebbe previsto efficaci operazioni navali delle flotte alleate in Adriatico per mettere in essere l'interesse Adriatico dell'Italia; il testo proseguiva prevedendo, tra le altre, clausole relative all'impegno di non concludere pace separata, alla stipulazione di una convenzione militare e navale e alla conclusione di un prestito. Il telegramma continuava poi con la richiesta di garanzie per la conservazione delle colonie e possibili vantaggi - con rettifiche di confine - nel caso che le potenze dell'Intesa ottengano colonie tedesche. Per l'Albania Di San Giuliano si manteneva fedele all'idea della spartizione fra gli Stati balcanici, ma chiedeva Valona "in piena sovranità all'Italia".5 Interessante notare come al primo punto si fosse contemplata l'ipotesi che il modus procedendi, il motivo dell'intervento, fosse costituito da operazioni navali dell'Intesa nell'Adriatico che ponessero in causa interessi italiani ed obbligassero l'Italia ad entrare in guerra. Carlotti rispose il 28, esprimendo marginali riserve su qualche punto, ma ribadendo la necessità di una rapida decisione per rendere efficace l'intervento italiano.6
La situazione alla fine di settembre era di stallo: sul fronte i francesi non riuscivano a far arretrare i tedeschi dall'Aisne e le vittorie russe contro l'Austria stavano per essere paralizzate dalla controffensiva austro-tedesca; Di San Giuliano sospendeva le conversazioni con l'Intesa e Sonnino rifletteva sull'opportunità di restare neutrali ancora per alcuni mesi, mentre Bollati comunicava a Di San Giuliano come per la Germania fosse sufficiente che l'Italia mantenesse una benevola neutralità7
Questo lo stato delle cose quando prese l'avvio il nuovo campionato di calcio, destinato a non vedere mai la propria fine.

1 DDI, serie V, vol.I, n°588
2 DDI, serie V, vol.I, nn°670,703,726
3 ANTONIO, SALANDRA, Op. cit., pagg.173-174
4 LUIGI, ALBERTINI, Op. cit., pagg.352-358
5 DDI Serie V vol I n°803
6 DDI, serie V, vol.I, n°827
7 DDI, Serie V, vol.I, n°931

giovedì 18 settembre 2014

Papa Benedetto XV e il ritorno del Torino dalla tournée sudamericana

Il Vaticano, fermamente neutralista, modificò il proprio atteggiamento col passaggio del pontificato da Pio X a Benedetto XV, che avvenne con la fumata bianca del 3 settembre. Questo passaggio segnò un progresso nei rapporti tra Italia e Santa Sede, fino alla costituzione su iniziativa del neoeletto pontefice di un "tramite confidenziale" nella persona del barone Carlo Monti; ma la politica inaugurata da Benedetto XV era seguita con estremo interesse ed attenzione da tutti i belligeranti, visto che all'interno di entrambi gli schieramenti la presenza di forze cattoliche era rilevante. L'ascesa del nuovo pontefice fu seguita con grande attenzione anche dalle potenze dell'Intesa, i cui rapporti con la Santa Sede si erano via via deteriorati a vantaggio di una grande influenza delle rappresentative diplomatiche degli Imperi centrali1
Sul fronte le sorti del conflitto ritornavano di nuovo in equilibrio. L'offensiva russa mise in seria difficoltà gli austriaci e preoccupò tanto i comandi tedeschi da indurli a trasferire oltre centomila uomini dal fronte occidentale a quello orientale, mentre l'esercito francese si stava velocemente riorganizzando sulla Marna: il 5 settembre i francesi lanciarono un improvviso contrattacco cogliendo di sorpresa i tedeschi e dopo combattimenti durati più di una settimana, l'esercito francese riuscì a far ripiegare gli invasori verso i fiumi Aisne e Somme. Contemporaneamente i russi battevano l'esercito austro-ungarico nella battaglia di Leopoli (8-12 settembre), occupando la Galizia.
Interessante è riportare quello che Salandra scrive a proposito delle ripercussioni che la battaglia della Marna ebbe sull'opinione pubblica italiana:
"Alla guerra gli italiani volentieri non partecipavano, ma l'interesse per essa si accresceva ogni giorno perché sentivano, istintivamente i più, per ragione gli altri, che sarebbe stato impossibile non parteciparvi prima o poi e che dal suo esito potevano dipendere le sorti della nazione. Quando la guerra scoppiò, il solo sentimento vivace e diffuso era…l'avversione all'Austria. Ma, in seguito, per l'atto di prepotenza sul Belgio e per la proclamata solidarietà dei due Imperi, onde la parola "tedesco" andava riacquistando fra noi significato d'oppressore ereditario che aveva ai tempi del Risorgimento, si determinò una viva corrente di simpatia per le armi dell'Intesa…Fu una vera esaltazione quando si seppe dell'invasione arrestata alle porte di Parigi."2
Le vicende della guerra si intersecavano sempre più con la vita sportiva. Ne è testimone, suo malgrado, Vittorio Pozzo di ritorno con il suo Torino dalla trionfale tournée estiva nel sud dell'America, come bene racconta nelle sue memorie pubblicate ne Il Calcio Illustrato, quando di ritorno a bordo del “Duca degli Abruzzi” dopo dieci giorni di traversata, poco prima di Gibilterra “non fummo svegliati da due cannonate e ci trovammo la via sbarrata da un incrociatore inglese che s'era messo di traverso sulla nostra rotta. Venne a bordo un picchetto armato, e per poco non pagai caro lo scherzo di essermi messo a parlare tedesco in presenza dell'ufficiale inglese che lo comandava: mi avevano preso per un riservista germanico e volevano portarmi via. All'arrivo a Genova, uno degli amici che ci aspettavano sul molo agitava, nella mano, una quantità di fogli verdi e gialli. Erano i richiami per mobilitazione, od esercitazione. Ce n'era per tutti, ci volevano da tutte le parti: 3° Alpini, 4° Bersaglieri, 5° Genio Minatori, 92° Fanteria. Impallidimmo. Quella guerra, sulla cui durata avevamo tanto scherzato, era lì, con le fauci aperte, a ghermirci. Quando, qualche settimana dopo, fummo tutti in grigio-verde Mosso III, detto 'Grignolin' scrisse la già menzionata lettera ai carabinieri per farsi prendere anche lui. Era il suo "e se non partissi anch'io, sarebbe una viltà", in solidarietà coi compagni della indimenticabile 'tournée sudamericana”.3

1 ITALO, GARZIA, La Questione Romana durante la I guerra mondiale, pag.13-15, ed. Scientifiche Italiane, Napoli,1981
2 ANTONIO, SALANDRA, Op. cit., pagg. 189-190
3 VITTORIO, POZZO, I Ricordi di Vittorio Pozzo publicato in Il Calcio Illustrato, 1949-1950

lunedì 15 settembre 2014

L'arbitro prima dell'arbitro

In seguito alla mobilitazione generale la Direzione della FIGC ha sospeso gli incontri che ancora devono aver luogo a Genova, Milano, Roma, Pisa.”

 
Il giorno in cui venne letto questo comunicato – possiamo dirlo, ora – finiva il football dei pionieri. Venne letto dagli arbitri all'inizio delle partite di domenica 23 maggio 1915 quando era in programma l'ultima e decisiva giornata dei due gironi, settentrionale e centrale: ci si giocava l'accesso alla finale, mica uno scherzo.
Il campionato si interrompeva sul più bello, quindi, perchè l'Italia da quel giorno avrebbe dovuto pensare a situazioni ben più drammatiche, con decisioni da prendere ben più gravi. Non che decidere di entrare in guerra contro l'antico alleato fosse stato uno scherzo: ci sono faldoni enormi pieni zeppi di documenti diplomatici più o meno segreti relativi a quei mesi, ma questa è un'altra storia.
Non parleremo di guerra, oggi. E non parleremo neppure delle aspre polemiche che seguirono a quel comunicato, di come, per alcuni, si sarebbe potuto giocare ugualmente – e di come in realtà si giocò qualche partita di terza categoria.
Parleremo di chi lesse questo comunicato, quel pomeriggio lontano del 1915.
Parleremo dell'arbitro, Frankie. Quindi, per stare tutti quanti più sereni, offro un giro di camomilla – magari corretta.
Non c'è neanche bisogno di dirlo, per iniziare il racconto dobbiamo fare le valigie e trasferirci in Scozia e in Inghilterra.
In principio, forse lo saprai, non c'era l'arbitro. E si giocava ugualmente a football. Tutto era lasciato al fair play dei giocatori in campo e le decisioni – in caso di dubbio – erano prese di comune accordo dai due capitani. Certo questo valse fintanto che le partite furono giocate ad uso e consumo dei giocatori stessi, ma quando entrò in scena il pubblico, seguendo con passione le partite e tifando per l'una o per l'altra squadra, allora le cose cambiarono. E cambiarono talmente tanto che si fece urgente la necessità di una figura terza che dirigesse il gioco e dirimesse le controversie. Insomma, c'era bisogno di qualcuno che prendesse le decisioni.
Ma non credere che tutto si sia svolto così velocemente. In realtà è soltanto l'International Board che “vestirà” l'arbitro di competenze e decisioni tali da renderlo simile a quello che noi oggi conosciamo. Come saprai, l'International Board è solo del 1886, però già dal 1871 si giocava regolarmente la F.A. Cup: cosa accadeva, dunque?
All'inizio, come detto, erano i capitani che cercavano di trovare un accordo sulle situazioni più controverse, ma ben presto alle partite iniziarono ad assistere gli spettatori e fu sempre più difficile per i capitani non farsi prendere dall'umore dei tifosi e avere il distacco necessario per trovare l'accordo. Pertanto nel 1874 si tentò di correre ai ripari con l'introduzione della figura dell'umpire: ogni squadra poteva schierare a bordo campo un giudice di gara, in caso di controversia i due umpires avrebbero dovuto trovare la soluzione alla diatriba.
Ma il football correva. E il suo successo ancora di più.
Pochi anni e fu pressante il bisogno di avere un soggetto davvero neutrale. Ci siamo quasi, caro Frankie, ci siamo quasi.
Nel 1881 la Football Association per gli incontri di F.A. Cup introdusse la figura del referee, un soggetto terzo che aveva il compito – bada bene – di dirimere le controversie che potevano sorgere tra gli umpires delle due squadre. Capito? L'arbitro nasce per aiutare i due giudici, non per regolamentare il gioco! È una figura profondamente diversa da quella che oggi conosciamo.
Ora, immaginati la scena: il campo, i giocatori e ai bordi, vicino al pubblico, i due umpires e il referee che guardano la partita dall'esterno ed intervengono solo in caso di proteste. Te lo stai immaginando? Bene, perchè pressapoco è quello il quadro inglese di quegli anni (vabbè, poi dovresti anche immaginarti grandi folle e stadi veri e propri, ma di questo ne parleremo). Non durerà tanto, comunque. Perchè l'International Board una decina d'anni dopo, ridisegnerà la figura dell'arbitro, delineandone le mansioni.
Sopratutto, lo porterà in campo.
Abbiamo, finalmente, l'arbitro come tutti noi lo conosciamo: lui in campo e i due umpires che rimangono ai bordi (detto tra parentesi, questi ultimi con il nuovo secolo verranno “trasformati” in guardalinee, e così la terna arbitrale è fatta)
Sì, va bene dirai tu, ma non avevamo incominciato parlando dell'Italia? Ci torneremo, perchè da noi le cose sono andate un po' diversamente, ma non ora: ne parleremo la prossima volta.

domenica 14 settembre 2014

L'invasione del Belgio

Il 4 agosto, i primi contingenti tedeschi invadevano il territorio del Belgio per attaccare la Francia da nord-est, la Gran Bretagna non potendo tollerare l'aggressione ad un paese neutrale che si affacciava sulle coste della Manica, dichiarava guerra alla Germania il giorno seguente. Così il Ministro degli Esteri inglese Sir Edward Grey si pronunciò davanti alla Camera dei Comuni: “Io chiedo alla Camera di considerare la crisi dal punto di vista dell'interesse e dell'onore inglese e degli obblighi inglesi”1
In quei giorni l'imperatore tedesco Guglielmo II notava come l'Austria avrebbe dovuto assolutamente offrire grandi compensi all'Italia per convincerla ad entrare in guerra, senza sentirsi legati alle promesse fatte, una volta terminato il conflitto, atteggiamento, questo, che sarà sempre più ricorrente nelle trattative degli Imperi centrali con l'Italia. Il 6 Tschirschky, su ordine dello stesso imperatore, si recò da Berchtold a chiedergli per la prima volta in forma solenne la cessione del Trentino, senza peraltro successo. Infatti lo stesso giorno l'ambasciatore austriaco a Berlino comunicò al governo tedesco l'esito negativo del passo compiuto da Tschirschky, dando copia della dichiarazione che in materia di compensi il consiglio comune dei ministri aveva deliberato seguendo il punto di vista di Berchtold;2 quest'ultimo, comunque, il 23 comunicò all'ambasciatore a Berlino l'incondizionato accoglimento dell'interpretazione italiana e tedesca dell'art. VII; il 25 Flotow e Macchio, che aveva sostituito Merey, ne fecero dichiarazione a Di San Giuliano, il quale, pur accogliendola benevolmente, rispose che non era ancora giunto il momento di parlare di compensi.3
Gli invasori giocano a football in Belgio

Nelle ultime due settimane di agosto, le armate del Reich dilagarono nel nord-est, costringendo gli avversari ad una precipitosa ritirata, per attestarsi ai primi di settembre lungo il corso della Marna, a poche decine di chilometri da Parigi. Nel frattempo, sul fronte orientale, le truppe tedesche, comandate dal generale Hindenburg, fermavano i russi sconfiggendoli fra agosto e settembre nella battaglia di Tannenberg. Le vittorie riportate sul fronte fecero rapidamente cambiare in Jagow la considerazione verso l'Italia, portandolo a ritenere che non si dovesse più parlare del Trentino. Sosteneva inoltre che l'Italia moralmente non si fosse guadagnata il diritto ai compensi e che la Triplice Alleanza, a causa dell'atteggiamento italiano, era virtualmente finita, anche se formalmente poteva continuare a "vegetare" ancora per un po’. Quindi per Jagow, tra la fine di agosto e l'inizio di settembre, la politica da condurre nei confronti dell'Italia era quella di temporeggiare, mentre le armi avrebbero risolto a favore degli Imperi centrali la guerra. La Germania sul terreno della battaglia aveva dimostrato di non aver bisogno dell'aiuto dell'Italia e, di conseguenza, l'alleanza poteva dirsi esaurita. Ma Jagow andò oltre e prospettò i futuri rapporti con l'Italia una volta terminata la guerra. L'inimicizia tra l'Austria e l'alleato italiano era cresciuta in quegli ultimi tempi in modo tale che prima o poi si sarebbe giunti ad una "spiegazione" ed allora la Germania avrebbe lasciato all'Austria mano libera contro il governo di Roma.4


1 Cfr. La Stampa del 5 agosto 1914, n.214
2 ALBERTO, MONTICONE, La Germania e la neutralità italiana:1914-1915, Pagg.28-31, ed. Il Mulino, Bologna, 1971
3 Ibidem, pagg.35-38
4 ALBERTO, MONTICONE, Op. cit., pagg.38-39

giovedì 11 settembre 2014

La neutralità italiana

Il 2 agosto ancora Sonnino ripeté a Salandra i suoi dubbi sull'opzione della neutralità1, ma ormai la scelta era stata compiuta e per la sua ufficializzazione si attese il rientro a Roma del Re Vittorio Emanuele III il quale, avvicinato da Salandra, lo autorizzò ad emettere la dichiarazione ufficiale.2 Verso mezzogiorno, Di San Giuliano comunicò ufficialmente alle rappresentanze estere la decisione del Consiglio dei ministri e, nello stesso tempo, compilò un telegramma rivolto agli ambasciatori dove in maniera laconica avvertiva della decisione presa di restare neutrali, pregando i destinatari di rendere nota la decisione ai governi.3
Il giorno dopo Di San Giuliano per la prima volta accennò al Trentino come compenso per una entrata in guerra dell'Italia al fianco dei due Imperi, incontrando il secco rifiuto dell'Austria; ma mentre Berchtold si perdeva sulle interpretazioni dell'art. VII, i governi dell'Intesa non perdevano tempo e già il 1° agosto, quando ancora la neutralità italiana non era ufficiale, Francia e Russia esprimevano il parere che convenisse attirare l'Italia verso di loro, promettendole Valona.4 Il 4 Carlotti dava comunicazione di questi scambi di vedute a Di San Giuliano, mentre il giorno seguente Sazonov avanzava una "confidenziale" proposta a Carlotti, accennando al Trentino.5 Il 7 agosto Carlotti apprendeva sempre da Sazonov che le tre Potenze dell'Intesa erano disposte a riconoscere all'Italia l'annessione del Trentino e di Trieste, nonché "in generale la signoria dell'Italia nell'Adriatico". Il giorno dopo Sazonov convocò Carlotti per confermargli la proposta, aggiungendovi la Dalmazia e insistendo col prospettare i grandi vantaggi derivanti da un rapido intervento italiano.6
Insomma, le rappresentanze italiane all'estero assumevano precisi atteggiamenti esprimendo i loro orientamenti. Mentre Carlotti lavorava con i rappresentanti dell'Intesa, Avarna il 2 agosto inviò a Di San Giuliano un dispaccio nel quale sosteneva la necessità per l'Italia di intervenire a fianco delle Potenze centrali:
"…spetta per contro al R. governo che ha nelle mani la situazione del Paese, di scegliere la via più atta a tutela dei nostri interessi e dei nostri doveri morali verso l'alleata…"7
Di San Giuliano il 3 indirizzò ad Avarna e Bollati questa lettera:
"Espongo a V. E. tutte le ragioni per le quali il R. governo ha dovuto dichiarare la neutralità dell'Italia nell'attuale conflitto.
In un Paese democratico come l'Italia non è possibile fare una guerra, ed ancor meno una guerra grossa e rischiosa, contro la volontà ed il risentimento della Nazione. Ora, salvo una piccolissima minoranza, la Nazione si è subito rivelata unanime contro la partecipazione ad una guerra originata da un atto di prepotenza dell'Austria contro un piccolo popolo che essa vuole schiacciare, (…), per ambizioni politiche e territoriali più o meno dissimulate e contrarie agli interessi dell'Italia."
"Avremmo dovuto imporre al bilancio dello Stato ed all'economia nazionale, già adesso in condizioni non floride,(…), immensi sacrifici che avrebbero aggravato il malcontento"
"Avremmo esposto le nostre città marinare a gravi offese, (…), avremmo visto distruggere la nostra flotta dalla flotta anglo-francese rimanendo per alcuni anni privi di marina militare con durevole danno di tutti i nostri interessi politici ed economici e di tutta la nostra posizione nel Mediterraneo e nel mondo.
"E tutto questo per ottenere cosa?
"Superfluo dire quali tristi eventi si sarebbero prodotti in caso di sconfitta della Triplice Alleanza; ma, se questa avesse riportato una mediocre vittoria, non avrebbe avuto la possibilità di darci compensi adeguati; e, se avesse riportato vittoria completa, riducendo per molti anni Francia e Russia ad impotenza, non avrebbe avuto né interesse né volontà di darci compensi proporzionati ai nostri sacrifici.
"Infatti V. E. ricorda che Austria e Germania hanno sempre rifiutato di consentire a determinare i compensi, e Merey ha sempre escluso che potessero comprendere in tutto o in parte le provincie italiane dell'Austria.
"In qualunque modo, dopo la guerra e la vittoria comune conseguita da noi a ben caro prezzo, la delusione nel Paese sarebbe stata grandissima e pericolosa per le istituzioni.(…)"8
Due giorni dopo, Avarna riferì l'opinione di Berchtold in merito, il quale riteneva che la mancata partecipazione italiana alla guerra avrebbe potuto compromettere il piano delle Potenze della Triplice, quindi il 12 agosto lo stesso Avarna comunicò a Di San Giuliano che Berchtold si aspettava che l'Italia si conformasse alla stipulazione dell'art. III della Triplice, spiegando come Austria-Ungheria e Germania fossero state trascinate alla guerra contro la loro voglia.9 Il 3 agosto, intanto, Italia ed Austria-Ungheria avevano raggiunto un accordo di massima sull'Albania: Di San Giuliano precisava di non volere in alcun modo approfittare del ritiro delle navi austriache da Durazzo - a causa della guerra - per assicurare all'Italia "una posizione superiore alla parità" in Albania, intendendo "restar fedele agli accordi"10


1 Cfr. LUCIANO, MONZALI, "Sidney Sonnino e la politica estera italiana dal 1878 al 1914" in "Clio", n°3, 1999, pag.442
2 ANTONIO, SALANDRA, Op. cit., pag.108
3 DDI, Serie V, vol.I, n°7
4 LUIGI, ALBERTINI, Op. cit., vol. III, pag. 339
5 DDI, Serie V, vol.I, nn°43,65 In nota al documento n°43 risulta che il 1° agosto Poincarè, parlando con Iswolski, espresse il parere di "tentare di attirare l'Italia promettendole Valona e libertà d'azione in Adriatico" Sazonov rispose il 2 che "non aveva obiezioni all'attribuzione all'Italia di Valona"
6 DDI, Serie V, vol.I, n°133. Sull'argomento cfr. anche nn°.120,179
7 DDI, Serie V, vol.I, n°11
8 La lettera è stata pubblicata da Salandra, qui è ripresa da LUIGI, ALBERTINI, Op. cit., vol. III, pagg.315-316
9 DDI, Serie V, vol.I, n°209
10 DDI, Serie V, vol.I, n°35

martedì 9 settembre 2014

L'Assemblea generale della F.I.G.C. dell'agosto 1914

Solo il 1° agosto Berchtold, messo alle strette dalla situazione ormai irreversibile e dopo aver ricevuto la notizia da Merey per la quale l'Italia era propensa alla neutralità "provvisoria" sembrò decidersi ad accettare l'interpretazione italo-tedesca dell'art. VII: esigeva però dall'Italia un atteggiamento amichevole rispetto alle operazioni di guerra, come dimostra la risposta dello stesso Berchtold a Merey:
"Vedo dal telegramma di V. E. del 1° corrente che il governo italiano avrebbe l'intenzione di prendere eventualmente parte attiva nell'imminente guerra europea in un momento ulteriore. Di fronte a tale circostanza ho detto oggi al duca d'Avarna quanto segue: "Onde evitare qualsiasi malinteso tengo a constatare che le dichiarazioni fatte il 1° corrente al duca d'Avarna rispettivamente all'interpretazione dell'art. VII del nostro trattato d'alleanza sono state fatte sulla base della nostra ferma convinzione che l'Italia adempia dall'inizio i suoi doveri di alleata conformemente all'art. III del trattato. La mobilitazione russa contro di noi e contro la Germania, decretata senza motivi plausibili, come pure le violazioni di frontiera commesse da pattuglie russe in parecchi punti della frontiera russo-tedesca che ora si annunziano, sembrano ragioni sufficienti per considerare il causu foederis come intervenuto" 1
Contrario alla posizione di neutralità decisa dal Governo fu Sonnino, che nell'incontro con Salandra del 1° agosto fece presente i propri dubbi sulla saggezza di tale scelta:
"le probabilità erano che in terra vincessero la Germania e l'Austria, meglio preparate e di cui l'intesa fin da prima della presentazione della nota austriaca alla Serbia era evidente. Come saremmo rimasti noi? Ci vedevo la fine della grande politica per l'Italia"2
Di diverso parere Giolitti, che a Parigi espresse a Ruspoli l'opinione che non sussistesse il casus foederis e che sarebbe stato opportuno prendere contatto con l'Inghilterra "della quale dobbiamo restare amici"3
Mentre le diplomazie di mezza Europa erano in fibrillazione, la F.I.G.C. proseguiva la sua attività convocando l’assemblea generale a Torino per i giorni del 1 e 2 agosto, quando venne deliberato il nuovo organigramma del campionato 1914-15, il quale venne suddiviso in 6 gironi formati da 6 squadre ciascuno, secondo il criterio della regionalità; al termine delle eliminatorie, le migliori due di ciascun girone e le quattro migliori terze avrebbero formato i quattro gironi di semifinale, ciascuno di quattro squadre. Le vincenti di ciascun girone di semifinale avrebbero quindi formato il girone finale che avrebbe laureato il vincitore del campionato.
Inoltre venne anche deliberato il nuovo regolamento per il campionato 1915-16:
Le squadre classificate ai primi tre posti dei sei gruppi eliminatori del campionato 1914-15, in complesso 18 squadre, formeranno la divisione A di prima categoria; le altre 18 formeranno la divisione B, con l’avvertenza che le tre ultime classificate cadranno nella seconda categoria, detta promozione, lasciando i tre posti vuoti alle tre migliori squadre che emergeranno da un girone di qualificazione al quale parteciperanno le squadre vincitrici dei singoli campionati regionali di promozione. Le divisioni A e B saranno suddivise in tre sottosezioni di sei squadre ciascuna. Le prime due squadre classificate al termine di questi gironi eliminatori sottosezionali, in complesso sei per ogni divisione, parteciperanno al girone finale per la designazione della squadra campione. Si svolgeranno contemporaneamente tre gironi finali: due di prima categoria, divisione A e B, e quello di promozione. Le tre squadre classificatesi ultime nelle loro eliminatorie, cioè le ultime di ogni sottosezione, cadranno automaticamente nella categoria inferiore, e al loro posto ascenderanno le tre squadre classificatesi prime nella divisione minore. Così pure avverrà nei riguardi della divisione B con la categoria promozione”4
Regolamento che, come vedremo e come sappiamo, sarebbe rimasto lettera morta a causa della guerra.


1 Cfr. LUIGI, ALBERTINI, Op. cit., vol. III, pagg.312-313
2 SIDNEY, SONNINO, Diario 1866-1922, Vol.II, pag.9, Laterza, Bari, 1972
3 DDI, serie V, vol.I, n°6
4 Cfr. Corriere della Sera del 3 agosto 1914, n. 212 e La Stampa del 3 agosto 1914, n. 212

lunedì 8 settembre 2014

La biblioteca del football perduto


ARRIGO di Jvan Sica (Ed. InContropiede)
Arrigo (il cui sottotitolo è: La Storia, lidea, il consenso, la fiamma) è la storia romanzata degli anni di Arrigo Sacchi alla guida del Milan. Scelto come allenatore da Silvio Berlusconi, allinterno di una strategia del consenso molto composita, diventa in breve luomo nuovo del calcio mondiale e costruisce una filosofia sportiva che va oltre il gioco in sé.
Il libro racconta questo percorso (calcistico e personale) che dà vita ad una delle squadre migliori di tutti i tempi e crea un personaggio pubblico amato e allo stesso tempo odiato come forse nessun altro in ambito sportivo.
In Arrigo c’è il Sacchi rivoluzionario, quello che ha dato tutto se stesso per realizzare la sua idea. Con un perfezionismo maniacale che lo ha portato più volte ad essere colpito da stress da lavoro.
 Jvan Sica (Salerno, 1980) è uno scrittore con il desiderio di portare la letteratura sportiva sugli scaffali migliori delle librerie. Ha scritto LEuropa nel pallone. Stili, riti e tradizioni del calcio europeo, Una stella cometa. Biografia di Andrea Fortunato, Italia, 1982. Fa parte del gruppo di scrittori Sport in punta di penna e da anni tiene il blog Letteratura sportiva. Lontano dal computer fa la mezzala

giovedì 4 settembre 2014

La dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria

Sempre il 28 luglio l'Austria-Ungheria dichiarava guerra alla Serbia.
La Stampa nell'edizione del giorno seguente pubblicò un'intervista ad un alto diplomatico della Triplice Alleanza il quale, in buona sostanza, si esprimeva senz'altro per la pace, ma non una pace a tutti i costi, bensì una “pace condizionata alla protezione dei suoi interessi e più di tutto degli interessi dell'alleata Austria, i quali in fondo costituiscono la base della dignità, dell'onore, della stabilità della Triplice alleanza.”1
Immediata fu la reazione del governo russo che, il giorno seguente, ordinò la mobilitazione delle forze armate estesa all'intero confine occidentale - e non solo alle frontiere austro-ungariche - per prevenire un eventuale attacco da parte della Germania. Il piccolo fiocco di neve aveva iniziato a rotolare giù a valle: il governo tedesco interpretò questa decisione come un atto d'ostilità nei suoi confronti e il 31 inviò un ultimatum alla Russia, intimandole l'immediata sospensione dei preparativi bellici. L'ultimatum cadde nel vuoto e di conseguenza il giorno dopo la Germania dichiarò guerra al governo russo; lo stesso 1° agosto la Francia, legata alla Russia da un trattato militare, mobilitò le sue forze armate. Ancora la Germania rispose con un ultimatum e con la successiva dichiarazione di guerra del 3 agosto.
La guerra nel cuore d'Europa non era più una minaccia, ma drammatica realtà.
Nei telegrammi mandati ad Avarna e Bollati il 29 e il 30, Di San Giuliano esigeva da Berchtold che dichiarasse esplicitamente se riteneva o meno in vigore l'art.VII, perché in caso di risposta negativa l'Italia sarebbe stata costretta a fare "una politica non favorevole all'Austria"2 Concludeva il 31 ribadendo che in ogni caso l'Italia avrebbe dovuto impedire ogni ingrandimento territoriale dell'Austria.3
Berchtold venne autorizzato dal consiglio dei ministri comuni di Austria-Ungheria del 31 luglio, ad aprire all'Italia la prospettiva di un compenso in un unico caso, cioè nell'ipotesi che l'Austria avesse proceduto ad una occupazione durevole di territorio serbo, ribadendo, con altre parole, il concetto già più volte espresso per il quale non riteneva sussistere l'art. VII per occupazioni temporanee di territorio serbo; inoltre nel caso le circostanze lo avessero reso necessario e sempre che l'Italia avesse adempiuto ai suoi obblighi di alleata, si sarebbe potuto discutere la cessione di Valona all'Italia. Subito Berchtold affrontò il discorso con Avarna, raggiungendo un accordo. Ma non c'era alcuna differenza sostanziale con le promesse del 28, il Trentino - al quale mirava Di San Giuliano - era sempre escluso e per questo anche questa offerta venne rifiutata dal governo italiano.4
Sempre il 31 luglio si riunì il Consiglio dei Ministri italiano nel quale si deliberò all'unanimità la neutralità italiana di fronte alla guerra. A questo passo Salandra e Di San Giuliano giunsero attraverso l'interpretazione dell'art. IV della Triplice il quale diceva che nel caso una grande potenza non firmataria avesse minacciato la sicurezza degli Stati di una delle altre parti contraenti e la parte minacciata si fosse vista costretta a fare la guerra, le altre due parti si sarebbero obbligate, verso il loro alleato, ad una benevola neutralità. Se era vero che la Serbia non poteva di certo essere definita "grande potenza" e pertanto teolricamente il caso di specie non rientrava in detto artivcolo, lo era però senza dubbio la Russia che con tutta probabilità si sarebbe schierata al suo fianco, in caso di attacco.
La sera stessa del 31 Di San Giuliano metteva al corrente Flotow della decisione italiana, dicendo che l'azione austriaca contro la Serbia era aggressiva e che quindi non ricorreva il casus foederis, aggiungendo che l'Italia non era stata precedentemente informata e che perciò non si poteva chiederle di prender parte ad una guerra contraria agli interessi italiani. 


1 Cfr. La Stampa del 29 luglio 2014, n. 207
2 DDI, Serie IV, vol. XII, nn°722,754
3 DDI, Serie IV, vol. XII, nn°778,797
4 LUIGI, ALBERTINI, Op. cit.,vol. III, pagg.282-285